Daniela Concas


Biografia
Mi chiamo Daniela Concas e la mia terra d’origine è la meravigliosa Sardegna. Mi sono laureata in Giurisprudenza a Cagliari nel 2005 e nel 2008 ho conseguito, sempre a Cagliari, un Master Biennale di II Livello in Psicologia Giuridica e Criminologia. Questa materia, al di là degli studi, è da sempre la mia passione. 
La formazione criminologica mi consente di osservare i fatti di cronaca con un occhio diverso, di vedere quel qualcosa in più che si nasconde dietro i fatti che ogni giorno riempiono le pagine dei giornali, di constatare sempre di più quanto il male sia “banale” e spesso senza senso e quanto spesso il male provenga dalla mano che si ritiene amica.
Da circa un anno lavoro nella Redazione dei quotidiani on line Agenfax, Inalessandria, Agenmagazine e sono in procinto di iscrivermi all’albo dei giornalisti. Mi piace moltissimo questo lavoro, da sempre adoro scrivere, sono curiosa e quando qualcosa mi incuriosisce sono portata ad approfondirla e quindi a fare domande o cercare altri punti di vista per comprendere i fatti. 
Ho accettato con entusiasmo la proposta di parlare attraverso il Blog di Pier Carlo Lava e di scrivere, tra gli altri argomenti, di criminologia con un taglio che possa essere fruibile ed interessante per il lettore. O, almeno, questo è il mio intento, spero in qualche modo di riuscirci.
Daniela Concas


La pedofilia e il lato oscuro di internet
Da: http://www.agenfax.it Daniela Concas
Jerry Sandusky, in Canada, qualche tempo fa è stato condannato a 60 anni di carcere. Jerry Sandusky è un pedofilo. Prima di essere condannato era vice allenatore di football. Era anche il fondatore, insieme alla moglie, di Second Mile, un’associazione di sostegno per minori in difficoltà. Decine di migliaia di ragazzini in difficoltà venivano accolti ogni anno all’interno di questa associazione. Decine di migliaia di prede. Vittime rese ancora più vulnerabili dalla difficile situazione familiare di provenienza. Con un’insidia in più: quella di essere ospitati in un ambiente che avrebbe dovuto aiutare loro a superare il proprio malessere e che invece diventava una trappola. Second Mile, unito al lavoro di allenatore, offriva a Sandusky la possibilità di agire indisturbato, di essere costantemente circondato da ragazzini e di fare attività che comportano il contatto fisico con gli stessi, comprese le docce comuni alla fine dell’attività sportiva.
E’ in una di queste docce che nel 2001 fu sorpreso mentre teneva un “comportamento inadeguato” con un ragazzino. La cosa passò sotto silenzio poiché Sandusky era solito “giocare” con i ragazzini. Otto anni dopo, la denuncia dei genitori del ragazzino ha fatto partire un’inchiesta che ha portato alla condanna di Jerry Sandusky, oggi 68enne.
Luigi Chiatti nacque a Foligno nel 1968 da una giovane donna che non lo riconobbe perché non sapeva come mantenerlo. Luigi finì in un orfanotrofio e poi venne adottato da una famiglia in cui il padre era completamente assente e la madre lo rimproverava spesso. Era un bambino difficile e a 14 anni cominciò a essere seguito da una psicologa. Diventò metodico: entrava in classe tutti i giorni alle 8.02 precise e nel 1987 prese il diploma di geometra. Due
anni dopo partì per il servizio militare e lì capì di essere omosessuale. Tuttavia non riusciva ad avere rapporti sessuali con persone adulte né maschi, né femmine pur avendo avuto diverse occasioni.
Ad attrarre sessualmente Luigi Chiatti erano i bambini. Sosteneva che i bambini erano puri, puliti. Era convinto che tutto ciò che, con un uomo o una donna adulti, sarebbe stato disgustoso, con i bambini diventava possibile.
A 19 anni ebbe il suo primo rapporto erotico con un bambino di tre anni. Era il figlio di amici dei suoi genitori che trascorrevano le vacanze in casa Chiatti.
Luigi stabilì con il bambino una relazione molto intensa. Giocavano, si toccavano, si accarezzavano nelle parti intime e per Luigi il periodo trascorso con il piccolo sarà ricordato come una relazione ideale, intensa e di grande affetto. Nemmeno si nascondeva, faceva tutto alla luce del sole ma nessuno sembrò rendersi conto di quanto stava accadendo.
Nel 1992 concepì il proposito di prendere due o tre bambini molto piccoli e di tenerli con sé fino al compimento degli otto anni, per consentire loro una “crescita serena”. E non avrebbe rinunciato, in questo suo progetto, ai giochi sessuali che tanto gli piacevano perché il sesso faceva parte della crescita e certi riti e certi contatti intimi aiutavano a diventare grandi.
Per attuare questo proposito si preparava metodicamente acquistando biancheria e vestiti per bambini.
Ogni tanto Luigi sentiva il bisogno di stare con un bambino e allora prendeva la macchina ed usciva, girava in città per cercarlo. In una di queste scorribande in auto incontrò un bambino di quattro anni, che giocava vicino a casa sua. Non lo forzò a salire nella sua auto. Il bambino non oppose resistenza. Lo portò a casa sua e quello che fece dopo riempì per settimane e mesi i titoli di cronaca nera. Il bambino, ora sì, oppose resistenza ai “giochi” di Luigi Chiatti e così lui, in preda al panico per paura di essere scoperto, lo uccise. Poi nascose le tracce e il corpo e confessò l’omicidio in una lettera scritta col normografo, che lasciò all’interno di una cabina telefonica. Nella lettera c’erano le indicazioni per trovare il corpo e l’avvertimento che non si sarebbe fermato lì. Nel luogo indicato venne trovato il cadavere di un bambino, morto per strozzamento, senza segni di violenza sessuale. Nei giorni seguenti un uomo si costituì ma ben presto le indagini fecero chiaramente capire che si trattava di un mitomane. Un anno dopo scomparve un bambino di 13 anni e nel ricordo di quanto già accaduto tutto il paese si mise a cercarlo. Il cadavere venne ritrovato dal nonno in un luogo in cui tracce di sangue e trascinamento conducevano all’abitazione di Chiatti. Il giorno dopo Luigi Chiatti confessò l’omicidio.
Due storie, due realtà diverse, la stessa perversione: la pedofilia.
La pedofilia è inclusa nel DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) tra le parafilie, insieme a sadismo, masochismo, esibizionismo, voyeurismo, zoofilia e altre perversioni sessuali.
Tecnicamente è caratterizzata dalla presenza di fantasie ricorrenti e intense di eccitazione sessuale, forte desiderio sessuale e/o comportamenti che comprendono attività sessuali con bambini prepuberi. Tali fantasie, desideri e comportamenti sono causa di stress e di un deterioramento nelle relazioni sociali del soggetto. La persona affetta da pedofilia deve avere almeno 16 anni e almeno 5 anni in più del bambino oggetto del suo desiderio. Spesso è associata ad altri disturbi come ritardo mentale, sindromi affettive, disturbi di personalità.
Non tutti i pedofili però sono aggressori sessuali. Alcuni di essi si limitano a coltivare per tutta la vita le loro fantasie malate, senza mai toccare con un dito un solo bambino. Altri sfogano la loro perversione occasionalmente, attraverso il fenomeno del turismo sessuale.
Altri ancora non si trattengono e sentono il bisogno irrefrenabile di sfogare il loro desiderio sui bambini. Spesso fanno lavori che consentono loro un contatto frequente con i bambini. In ogni caso prima entrano in sintonia con i loro genitori perché se i genitori si fidano sono più propensi a lasciare i loro bambini da soli con l’amico di famiglia, lo zio, il cugino, il nonno. Spesso sono soggetti molto attenti ai bisogni del bambino, e sono degli abili manipolatori. Altre volte sono individui solitari, molto timidi che soltanto con i bambini si sentono a loro agio. Nella maggior parte dei casi sono persone con bassa autostima e bassa capacità di riconoscere i bisogni altrui. Sono immaturi, timidi, isolati, sessualmente inibiti e non in grado di competere con gli altri per conquiste eterosessuali adulte. Il rapporto con i bambini li fa sentire onnipotenti di fronte alla fragilità della figura infantile.
L’era di internet ha reso tutto più facile per i pedofili. La velocità con la quale il web consente di scambiarsi materiale pedopornografico, la possibilità di chattare o contattare adolescenti nei social network fingendosi coetanei rende il “lavoro” dei pedofili molto più semplice. Oggi ancora di più. Perché esiste un buco nero nel web: il deep web, la dark net: una zona oscura di internet in cui nel più totale anonimato si possono acquistare armi, droga, assoldare killer, partendo da un minimo di 20.000 euro per un obiettivo “normale” a un massimo di 200.000 per un obiettivo più importante, con un modico sovraprezzo se deve sembrare un incidente. E dove è possibile scambiarsi e visionare materiale pedopornografico. Il tutto nel più totale anonimato, scaricando sul proprio computer un software che consente di renderlo completamente “invisibile” e iniziando poi a navigare indisturbati in un oceano di perversione. Esistono, in questo buco nero, siti specializzati dove è possibile scegliere i contenuti in base all’età. Da zero a 15 anni. E zero significa zero, nessuna età, neonati. Una raccolta di immagini di bambini e bambine adultizzati, resi provocanti, con contorno di commenti inconcepibili che gli utenti si scambiano tra loro. Nel buio e nell’ombra del lato oscuro di internet. Per rendersi conto delle proporzioni del fenomeno basti pensare che a fronte di circa 2 miliardi di documenti indicizzati da Google, visibili, alla portata di tutti, ce ne sono circa 500 miliardi nel deep web. Non tutti i contenuti presenti nella dark net sono di questo tipo: alcuni siti sono di contenuto innocuo e la pedopornografia costituisce soltanto una piccola parte del tutto. In ogni caso facilita l’alimentazione di questa perversione che, come tutte le perversioni, più è sollecitata e stimolata, e più ha bisogno di trovare delle valvole di sfogo.
Daniela Concas, Agenfax e Inalessandria

La “normalità” nell'omicidio

Da: http://www.agenfax.it Daniela Concas

L’omicidio, l’uccisione di un essere umano da parte di un altro essere umano, spesso è originato da persone, situazioni e circostanze “normali”.
Tutti noi siamo portati a pensare che chi uccide, e soprattutto chi lo fa in modo efferato, con crudeltà, sia una persona malata, che ha “qualcosa che non va”. Pensarlo, in qualche modo ci tranquillizza perché alimenta l’idea di potersi difendere allontanandosi da chi ci sembra “strano” o “pericoloso”.
La realtà è molto diversa e stupisce sapere quanta “normalità” c'è dietro la maggior parte degli omicidi commessi spesso, sempre più spesso per motivi futili come soldi, sesso, gelosia, invidia. E stupisce forse scoprire che a uccidere raramente sono gli sconosciuti, ma i mariti, i padri, i fratelli, le madri. 
Da Lombroso in poi, le teorie criminologiche hanno cercato di trovare segnali, comportamenti, gesti, qualcosa che consentisse di trarre la conclusione che “quella persona è un delinquente”. 
Questi segni, questi comportamenti spesso non sono individuabili perché si muore per mani amiche, per mani che abbracciavano la persona cui un momento dopo viene tolta la vita. Non basta. 
Oggi uccidere significa anche andare in tivù per dire la propria verità davanti alle telecamere, una verità che però è sempre quella degli imputati, degli indagati, dei sospettati, mai delle vittime che, al contrario, vengono troppo spesso dimenticate per soddisfare e alimentare la curiosità morbosa del pubblico. 
Il proliferare di talk show, approfondimenti, interviste esclusive sui fatti di cronaca nera dimostra che lo spettatore vuole conoscere e comprendere le tragedie altrui, forse per trovare una spiegazione al male. 
Quante persone però si ricordano il nome delle vittime? Il Circeo, Erba, Cogne, Novi Ligure, Perugia, Lignano Sabbiadoro, Brembate, Avetrana, tanto per citare alcuni luoghi tristemente famosi per essere stati teatro di omicidi. In tutti questi casi ci si ricorda il nome della vittima solo quando non è noto quello dell’assassino, o non si hanno sospetti su chi possa essere. 
Altrimenti il caso prende il nome della città. E’ sufficiente digitare “Novi Ligure” su Google per veder comparire, tra le altre, le foto pubblicate su tutti i giornali al tempo del delitto. La città è sempre collegata al nome dell’assassino, la città perde parte della sua identità storica, uccisa come la vittima per mano dell’assassino. 
Dietro la curiosità “morbosa” dello spettatore che vuole conoscere ogni particolare del delitto – e più esso è efferato più c’è interesse – forse c’è la voglia di capire nei minimi dettagli le dinamiche per provare a scorgere comunque un elemento dissonante, un qualcosa che ci faccia dire “Eh ma si capiva però!”. Un po’ come faceva Lombroso che identificava, in alcuni tratti somatici, indizi di “delinquenza”.
Quando però a uccidere è una madre (e i casi sono più di quanti si possa immaginare), un padre, un figlio, un marito come si può “capire”? Soltanto pensando che la mente umana, sia essa sana o malata, è capace anche di questo. 
Gli elementi di riflessione quando si parla di reazioni umane sono molti, spesso incomprensibili e di difficile accettazione. E l’omicidio, il delitto di sangue, rischiano di apparire, tristemente, un avvenimento comune. 
Daniela Concas, Agenfax e Inalessandria

Stalking e “femminicidio”

Da: http://www.agenfax.it Daniela Concas
Secondo gli studi della vittimologia, scienza che studia il reato dal punto di vista della vittima, anche per finalità di prevenzione, la donna è tra i soggetti maggiormente sottoposti al rischio di vittimizzazione. E non solo in quanto considerata mediamente più vulnerabile fisicamente in relazione ad aggressioni da parte di un uomo. Secondo gli studi, l’uomo tende a dirigere verso l’esterno gli atti violenti e quindi è portato ad esteriorizzare la sua rabbia, mentre la donna tende a dirigere verso di sè la rabbia e il dolore con episodi, per esempio, di autolesionismo o tentativi di suicidio. 

E’ di pochi giorni fa la notizia di una ragazza di 17 anni morta accoltellata mentre cercava di difendere la sorella dalla furia del suo ex fidanzato. Lui le ha aspettate nell’androne di casa con un coltello in mano e quando le due ragazze sono arrivate le ha assalite. Entrambe, senza pietà. Il suo obiettivo era l’ex fidanzata, colpita con circa 20 coltellate in diverse parti del corpo, ma a morire sgozzata è stata la sorella.
E’ soltanto l’ultimo caso di quello che è stato definito “femminicidio” ovvero l’uccisione di una donna in quanto appartenente al genere femminile da parte di un uomo, nel suo aspetto forse più crudele, cioè l’uccisione della donna intesa come proprietà di cui non si accetta la perdita, l’uccisione della donna preceduta dalle molestie da parte di ex fidanzati, ex mariti che non si rassegnano all’abbandono, alla fine di una storia d’ “amore”.
L’uomo non si rassegna all’abbandono e comincia a perseguitare l’oggetto del suo desiderio fino ad arrivare a eliminarlo perché non appartenga ad altri. 
Quando una storia finisce in un contesto del genere, quando cioè l’uomo non riesce ad accettare l’idea che la donna – considerata, con retaggio ancestrale, oggetto di proprietà - voglia troncare una relazione, la non accettazione della fine porta l’uomo ad attuare un piano di eliminazione, psicologica e talvolta anche fisica. 
Ecco allora il crescendo della rabbia da abbandono: dagli sms alle telefonate assillanti, dal pedinamento al controllo in molteplici forme, fino a degenerare nella soppressione fisica della persona che non gli appartiene più. 

Le statistiche dicono che sono già 100 le donne uccise nel 2012 in nome di un concetto distorto di amore e nell’87% dei casi la violenza omicida proveniva da familiari o da soggetti che avevano un legame affettivo con la vittima.  Esiste una fattispecie di reato, recentemente introdotta nel codice penale, lo stalking, o sindrome del molestatore assillante, che mira a punire con una sanzione adeguata proprio questi comportamenti che, ripetuti nel tempo, possono degenerare in fattispecie più gravi, oltre a menomare irreparabilmente la serenità della vittima. 
Lo stalking è attuato con comportamenti ripetuti ed assillanti di molestia, di controllo, con minacce tali da rendere impossibile la vita delle vittime. E’ punito con condanne che vanno da sei mesi a quattro anni di reclusione, ma sono troppe le volte in cui è tardi, troppe le volte in cui il reato da punire non è lo stalking ma l’omicidio, troppe le volte in cui si sottovalutano i comportamenti, troppe le volte in cui si trascura il punto di vista della vittima delle molestie. 
Non è raro che il molestatore, lo stalker, dopo aver perseguitato per qualche tempo l’oggetto della sua ossessione malata chieda un ultimo incontro per un chiarimento, per dirsi addio, per dire le ultime cose importanti: in molti casi questi “ultimi incontri” non portano al chiarimento o alla riappacificazione, ma diventano notizia di cronaca nera.
Daniela Concas, Agenfax e Inalessandria

Intervista a Claudio Saletta, Sindaco di Sala Monferrato.

Da: http://www.agenfax.it Daniela Concas
A pochi giorni dalla morte per mesotelioma di Marco Giorcelli, direttore de Il Monferrato, e dopo la sentenza di primo grado del Tribunale di Torino sul caso Eternit, incontriamo oggi Claudio Saletta, Presidente dell'Unione collinare del Monferrato, sindaco di Sala Monferrato e responsabile dell’Area Vigilanza Tecnica presso la Direzione del Lavoro di Alessandria. 
Ha un ricordo, un pensiero, su Marco Giorcelli?
E’ stato un grande giornalista e un punto di riferimento per tutto il Monferrato che perde un suo prezioso protagonista. Un uomo che si è definito, dopo la diagnosi, “casalese doc”, in quanto portatore del  “segno più profondo della casalità di questi ultimi cinquant’anni: il tumore dell’amianto”
Lei era presente a Torino in Tribunale alla lettura della sentenza, quali sono state le sue sensazioni, si aspettava una condanna? I giudici come sono arrivati all'accertamento della volontà nel comportamento degli imputati? 
Sì, certamente mi aspettavo una condanna. Conoscendo le vicende ne avevo la certezza. L'accertamento della volontà degli imputati c'è stato nel momento in cui i Pubblici Ministeri hanno trovato la prova che gli imputati avevano addirittura costruito una vera e propria “macchina della disinformazione” sui rischi dell’amianto. 
Un'operazione che è durata anni. Esisteva un’apposita struttura che aveva l'unico scopo di limitare al massimo l'informazione ai vari livelli ed abbassare la conoscenza. Lo spartiacque nel processo è rappresentato proprio dal momento in cui è emersa la prova di questi fatti. Si parla anche di una persona “infiltrata” nell'Afeva (Associazione Familiari Vittime dell’Amianto, ndr) che aveva il compito di riportare le informazioni all'esterno. Credo che la difesa di Schmideiny, basata sull'offerta di 18 milioni di euro a Casale in cambio dell’uscita definitiva dal processo come parte civile, sia stata fatta in totale spregio della vita umana, anche perché mirava a dare di lui l'immagine di un filantropo davanti al mondo intero. 
Oltre tutto, per lui, quella somma era secondo me un’inezia, se rapportata all’ammontare del suo patrimonio. Se io offrissi, per fare un esempio, la metà di tutte le mie sostanze la cosa potrebbe al limite avere anche un senso, ma se offrissi invece pochi centesimi il gesto assumerebbe tutt'altro significato. 
Sarebbe stato un errore accettare quell’offerta, il Comune è un ente rappresentativo, non può ragionare come ragiona una persona. E’ comprensibile che un singolo danneggiato sia portato ad accettare un’offerta di questo tipo, perché con quei soldi soddisfa le sue primarie esigenze di vita, la casa, un aiuto ai figli magari; ma un Comune deve guardare al di là dell’immediato. 
Ritengo di fondamentale importanza il fatto che il processo sia stato seguito da delegati di tutto il mondo e tutte queste persone porteranno nei loro Paesi il significato, la portata di una sentenza come questa. 
Lei rappresenta una parte della popolazione del Monferrato. Cos'ha pensato e cos'ha provato nel momento della lettura del verdetto? 
Ho pensato che finalmente si era raggiunto un punto fermo, la condanna dei vertici dell'Eternit perché erano consapevoli dei danni provocati dalla lavorazione dell’amianto alle persone, e non solo ai lavoratori, ed hanno continuato la produzione. Pensiamo anche alle mogli che la sera lavavano le tute da lavoro dei mariti, ai bambini che giocavano nei cortili. 
L’amianto era ovunque. Tutte queste persone erano esposte al rischio. Il giorno della sentenza, a Torino, siamo stati in piedi dalle 14 alle 17, finché non è stata ultimata la lettura della sentenza. 
E’ vero che i vertici della fabbrica consigliavano ai lavoratori di non fumare? Perché? Si preoccupavano della salute dei loro dipendenti?
Certamente il mix amianto più fumo aumenta in maniera esponenziale il rischio di ammalarsi, sembra di almeno 50 volte. Ma per quanto riguarda l'amianto il rischio è nella lavorazione ed il fumo aumentava un rischio già insito nell’amianto e nella sua lavorazione. 
Esiste ancora dell'amianto nell'aria di Casale?
L'amianto oggi si trova ovunque, ma possiamo ragionevolmente ritenere che Casale oggi sia uno dei territori più puliti. L’area dove era situato lo stabilimento è stata bonificata, l’edificio dove avveniva la produzione è stato quasi completamente raso al suolo, non è rimasto neanche un pezzo, un frammento che servisse come monito, come memoria storica del dramma che quella costruzione ha rappresentato. 
Per ammalarsi è sufficiente respirare una sola fibra di amianto, ma deve avere anche determinate dimensioni?
Deve trattarsi di una fibra inalabile. L'amianto uccide se viene inalato. Può per assurdo essere ingerito e non succede niente ma se viene inalato è fatale. E’ un nemico pericolosissimo, l’amianto, straordinario come materiale se consideriamo le sue proprietà: è malleabile, resiste a qualunque agente atmosferico ed al fuoco, ma è letale per la salute dell’uomo. 
E' possibile che una persona inali fibre e non si ammali?
Sì. Ci sono casi di persone che hanno lavorato nella fabbrica negli stessi giorni, turni e orari di persone che poi si sono ammalate, non ammalandosi a loro volta. Ci sono stati studi scientifici su queste persone, per capire quali elementi permettono la differenziazione delle reazioni del corpo umano a fronte dello stesso rischio e per cercare di trovare rimedi ai danni della fibra killer. 
Lei ha una duplice veste, sindaco e funzionario competente in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. Cosa si può fare per evitare in Italia e nel mondo altre “morti da amianto”?
Tre cose, essenzialmente: informazione corretta alla gente, lavoratori e non, sui rischi, bonifiche e ricerca per la cura delle persone già malate. 
A proposito di bonifiche, esiste oggi un obbligo giuridico di rimuovere l'amianto ancora esistente nei fabbricati? 
Non c'è un obbligo giuridico di rimuoverlo ma di stabilizzarlo e monitorarlo. Infatti il pericolo sta nella dispersione delle fibre di amianto nell'aria, fatto che può verificarsi con il deterioramento dei manufatti in amianto. C'è il rischio che col tempo, i vari agenti atmosferici possano pian piano deteriorarlo e disperdere le fibre nell'aria. 
Basteranno i soldi fissati come risarcimento per bonificare la città di Casale?
No, di certo non basteranno. E poi quel risarcimento secondo me non tiene conto di tutte le voci di danno che ha effettivamente provocato, oltre alla salute dei lavoratori e della popolazione, oltre al danno all’ambiente, anche per esempio, il danno all’immagine di Casale Monferrato e del territorio. 
Casale resta comunque uno dei territori più puliti, da questo dramma deve cominciare la ripresa e la diffusione dell'idea di un territorio “deamiantizzato”, anche per fare in modo che Casale e tutto il territorio colpito rinascano. 
Dobbiamo creare un’immagine e una realtà di una città che lavora per risolvere il problema amianto, dobbiamo incentivare gli investimenti in Casale, rimediare al “danno all’immagine” che Casale Monferrato e il suo territorio hanno avuto a causa dell’amianto.
Perché in alcuni Paesi continua la produzione di amianto? Le popolazioni sono informate dei rischi?
La produzione continua perché è redditizia. L'amianto è un materiale strepitoso: malleabile, resiste a tutto, può essere usato in varie forme. Perfino a spruzzo e si può trovare ancora, utilizzato in questa forma, nei rivestimenti delle navi e dei treni, nelle zone in cui ne è anora consentito l’impiego.  Purtroppo è altrettanto strepitoso nei suoi fatali effetti collaterali. Oggi in Paesi come Cina e Brasile si utilizza e si lavora l'amianto e le popolazioni non sono a conoscenza dei rischi che corrono. Nel mondo ci sono 3 o 4 gruppi che producono e lavorano amianto. Tra 40-50 anni quelle persone vivranno lo stesso dramma che noi conosciamo bene. 
L’Ispettorato del Lavoro di Alessandria già nel 1976 aveva segnalato alle autorità sanitarie che poteva esserci un fattore di rischio per la popolazione a causa della movimentazione esterna di materiali e prodotti in fibro-cemento contenenti amianto, insomma si evidenziava una possibile rilevanza per l'ambiente esterno del problema amianto. Oggi abbiamo la certezza della pericolosità della fibra killer in ogni ambiente in cui ancora è presente. 
Daniela Concas, Agenfax e Inalessandria
Intervista pubblicata sul Quotidiano on line Agenfax il 13 Aprile 2012