Piera Maldini



Piera Maldini
una nuova e preziosa collaboratrice per il blog: http://icittadiniprimaditutto.blogspot.it/
biografia,
nata a Castellazzo Bormida il 29 Agosto 1950, risiede ad Alessandria, ma si reca  ogni giorno alla cascina di famiglia, dove trova spunti d’ispirazione. 
Professoressa di Materie letterarie ha pubblicato “Alexandria liberata ovvero storia di un Papa, di un Imperatore, di un Libero Comune e... del Popolano Gagliaudo con la sua Mucca”  (1996) , “Narrativa a teatro” (1998), illustrati da Emanuele Luzzati e ”Ceramica  
liberty in Italia” (1998). 
“ Poetica rosa e zucca, riflessioni sulla cucurbitacea in giardino” è stata realizzata come evento presso la Sala consiliare del comune di Castellazzo Bormida nel 2010, e “ Alla ricerca di Gamondio la ricostruzione in Castellazzo Bormida e in Alessandria, l’origine longobarda” è stato il tema delle Conferenze, tenute una nel 2012 a Castellazzo B.da e la seconda presso il museo della Gambarina ad Alessandria nel 2013.




8– comando e sottomissione-
di Piera MALDINI
La rosa è, nell’immaginario collettivo, la regina dei fiori; a lei è riservato quindi l’indiscusso scettro del comando. La posizione eretta ben individuata, così altezzosa e distaccata, esprime, in questo suo fisique du role, il potere che esercita sugli esseri viventi, ossequiosi, e ubbidienti agli ordini che lei silenziosamente emana.
Chiamarsi zucca è già di per sé un segno d’inferiorità e un costituirsi vittima predestinata ad una sorte avversa; la sua struttura poi, strisciante e attorcigliata da confondersi in mille risvolti, aggrovigliati e non visibili, non incute alcun rispetto. Che dire del frutto che produce, beh non sempre riscuote il dovuto apprezzamento;  per questo alla pianta straniera viene assegnato un posto al seguito, sottomessa e nella scarsa considerazione di  tutti.
Con la costituzione autonoma dell’insieme rosa e zucca, avvenuta per volontà di quest’ultima, si sono sfidate però le leggi fisiche che regolano i rapporti tra esseri viventi, modificando i ruoli di potere e di sudditanza, ed instaurando un regime di parità, laddove si riscrivono i comportamenti di prima, non più lontano tra di loro e in un piano di uguaglianza, poiché non è più evidente chi domina e chi è sottostante . 
L’organizzazione e l’amministrazione della società è riservata a chi è al potere che prende decisioni che riguardano gli individui dell’intera comunità, giovani- vecchi, ricchi-poveri, intelligenti-stupidi che devono ottemperare agli ordini impartiti dall’alto.
Se si esaminano le vicende umane ci si accorge di quanto breve è il tempo concesso a chi domina un paese, in quanto continue e pressanti sono le rotazioni dei comandanti per situazioni più diverse dovute sia a successioni regolamentate che a sommosse o ad agguati.
 Così estendendo l’indagine sui popoli o sulle nazioni, che nel passato hanno imposto il loro impero, si rivela che una civiltà ha finito di essere emergente nel momento in cui un’altra più potente l’ha scalzata dallo scanno dove si era autorevolmente sistemata.
Questo eccezionale binomio vegetale diventa quindi metafora del genere umano nelle sue caratteristiche organizzative e nel modo di rapportarsi, impartendo un insegnamento la cui ricezione aiuta a colmare le divisioni e le disparità, ammonendoci che il dominio non è una condizione naturale, ma soltanto una sovrastruttura che l’uomo si è dato.     
Alessandria, 23 maggio 2013


Alessandria, 8 luglio 2013
Piera MALDINI
La natura impartisce lezioni di vita interessanti e articolate; l’occasione di riflettere sulla capacità d’insegnamento da parte della realtà mi è capitata osservando l’orto che coltivo con metodi empirici e rudimentali. Ho notato, tra le rigogliose piante di zucchini, una striminzita, con tante foglie e fiori sterili senza alcun ortaggio. Il perché questo vegetale non cresceva l’ho scoperto osservandolo da vicino, nel momento in cui ho visto, per terra, nascosto da tutto l’insieme verde, un grosso zucchino ingordo, egoista e ladro, brutto a vedersi e neppure commestibile. 
Facendo opera di trasposizione nella società in cui viviamo, lo zucchino ne è diventato la sua metafora, laddove ci sono persone che, pur di soddisfare le proprie brame non esitano a rubare e a dimenticarsi degli altri, portando l’umanità, che non ha più regole, allo sfacelo. 
Sono immediatamente intervenuta eliminando il colpevole e tagliando il fogliame superfluo. Ecco quello che serve oggi: un drastico intervento a favore di tutti, togliendo la prevaricazione. 

Alessandria 8 agosto 2013
Piera MALDINI 
“ Che fai tu, luna, in ciel ? dimmi, che fai, silenziosa luna?”
Così inizia il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” che Giacomo Leopardi  compone tra l’Ottobre del 1829 e l’Aprile dell’anno successivo, elaborando la notizia pubblicata dal viaggiatore russo  Meyendorff, che riporta l’abitudine di una popolazione asiatica, i Kirghisi, di sedersi su una pietra per contemplare la Luna, alla quale sono rivolte domande, che non otterranno risposta, sul significato dell’esistere, sul dolore universale del vivere, sulla ragione e sullo scopo dell’esistenza.
Anche se non sono il pastore errante dell’Asia, subisco ugualmente il fascino del satellite della Terra, soffermandomi a contemplare l’ammasso spaziale, a volte interamente altre parzialmente luminoso, nelle sue svariate posizioni su edifici e monumenti di Alessandria. Essa è sempre silenziosa e la sua vita somiglia a quella di ciascuno di noi: ci alziamo, ci muoviamo, cerchiamo ciò che ci necessita, poi stanchi ci riposiamo, proprio come fa la Luna, senza sapere lo scopo della nostra breve esistenza  come lei non sa il perché del suo movimento eterno. Osserva muta la nostra situazione difficile e dolorosa, a cui sembra non esserci rimedio, mentre la sua presenza ci dà un po’ di conforto, perché, nell’ammirarla, per poco tempo scordiamo le nostre preoccupazioni. 
La sua occupazione è sempre la stessa su qualunque parte del pianeta, quindi anche qui si muove tacita e poi scompare. Su Alessandria gira sia in periferia che in centro, di cui preferisce Palazzo rosso, anzi il suo particolare, il gallo che svetta in cima, ma la trovo sulle anonime case periferiche come sugli alberi cittadini, sulle giostre,  tra le bandiere europee, ad osservare il campanile del duomo, a sorvegliare il carcere, a saltare tra le luci del lampione di corso IV Novembre, nell’affollata via Dante, sopra palazzo Vetus, sul fungiforme acquedotto e a illuminare la testa del monumento di Urbano Rattazzi.
Non c’è che dire la luna ispira canzoni, poesie e dà a tutti intense emozioni, che le parole non riescono ad esprimere. 


Alessandria, 11 marzo 2013
Piera MALDINI
Lsituazione politica attuale mi spinge a riflettere sull’importanza della Storia nelle decisioni, che si devono prendere, ma che purtroppo è una materia sconosciuta ai più, e per questo non diventa “maestra di vita”, qual è per definizione. Mi riferisco alla richiesta odierna del M5S di formare un governo, costituito solamente da aderenti a questo movimento, o comunque di escludere qualunque accordo con chicchessia. La mia mente (per deformazione professionale) corre alle analogie con un altro movimento quello dei “Fasci di combattimento” di Benito Mussolini. Questi all’inizio raccoglieva le adesioni di persone di diverso orientamento culturale ed estrazione sociale, era ispirato ad un’ideologia antiborghese, esprimente, seppure in modo utopistico e contraddittorio, obiettivi collegati ai desideri rivoluzionari insiti nelle aspirazioni popolari. Poi il programma di Mussolini sfumò per portare avanti la campagna con gli “squadristi” della restaurazione dell’ordine che volevano i grandi agrari contro i sindacati e i partiti dei lavoratori, organizzatori di scioperi nelle fabbriche, trasformandosi inevitabilmente nel 1921 in un vero e proprio partito, quello Fascista.
Gli iscritti si moltiplicano simultaneamente alle violenze dei sostenitori, coperti dalle autorità e favoriti dalla debolezza dei partiti di sinistra. Nell’ottobre del 1922 Mussolini per poter far parte del  governo organizza una vasta mobilitazione, definita “Marcia su Roma”, in seguito alla quale il re, Vittorio Emanuele III, gli conferisce l’incarico di formare il nuovo governo, che fu di coalizione con i Popolari,.Liberali, e Indipendenti . In seguito la corsa verso la dittatura non si è più fermata: si crea il Gran Consiglio del Fascismo, assemblea di notabili, aventi il compito di realizzare la completa identificazione tra partito e stato.  Nel 1923 viene approvata dalle camere la legge di riforma elettorale piuttosto discutibile, in base alla quale la lista che avesse ottenuto il 25% dei voti avrebbe ottenuto i 2 terzi dei seggi parlamentari, ovvero una fetta proporzionale in più. Matteotti nel 1924 viene ucciso per aver denunciato i brogli elettorali delle elezioni del 1924, e nonostante l’indignazione generale l’eversione fascista si “normalizza” in dittatura nel 1925 con la soppressione della libertà di stampa e lo scioglimento degli altri partiti, bloccando ogni forma di pluralismo. Perciò in comune con l’M5S di Grillo c’è il presentarsi come movimento, l’essere antiborghese, il realizzare una vasta mobilitazione con mezzi moderni, il richiedere (giustamente e non soltanto loro) la legge di riforma elettorale, la volontà di formare un parlamento al 100% di grillini, e dichiarare quindi già in partenza un governo totalitario, con il cambiamento simultaneo dei compiti del parlamento in quanto ora istituzione di uno stato pluralistico,  il ventilare che l’autorità preposta  conferisca l’incarico di presidente del consiglio ad uno dell’M5S nonostante i voti ricevuti non siano sufficienti a costituire una maggioranza, (ma si spera che il presidente Napoletano non lo faccia), snobbare i giornali italiani per rivolgersi a quelli stranieri. Considerando come sono andate in passato le cose , e le conseguenze deleterie per il paese e la democrazia, mi auguro che in molti si ravvedano e che prendano le distanze.
Purtroppo una voce isolata non può fare molto, me ne sono resa conto con la ricerca che ho effettuato su Gamondio. Escludendo i molti interessati ed estimatori, chi si è dimostrato non comprendere il valore delle scoperte inerenti le nostre origini sono stati paradossalmente le persone al vertice delle due amministrazioni locali di Castellazzo Bormida e di Alessandria, l’una contrastando nemmeno troppo velatamente la descrizione dei reperti artistici e architettonici, l’altra non interagendo mai personalmente, adottando scuse di impegni istituzionali. Questo significa non rendere omaggio a colui che ha ideato e realizzato la città di Alessandria, Emanuele Boidi-Trotti, da più di ottocento anni, gettato nel dimenticatoio senza alcun rimpianto, con buona pace della Storia.  

Alessandria, 4 giugno 2012
Giancarlo Cernetti e Piera Maldini
Certamente la Letteratura ha meccanismi propri che si attivano con scrittori e poeti nelle loro opere che si diversificano in romanzi, poesie, novelle e quant’altro in grado di delineare e approfondire sentimenti, sensazioni, fatti. 
Seguendo l’enunciato il primo corso monografico, tenuto all’Unitré di Castellazzo Bormida riguardante la donna nella Letteratura italiana alle sue origini, dal titolo “Chi dice donna dice Dante”, rientra completamente negli schemi letterari. Attraverso le liriche della Scuola siciliana si scopre l’ardore dell’uomo verso una donna che lo fa soffrire perché irraggiungibile, e non potrebbe essere altrimenti, visto che il disperato si rivolge non già alla propria moglie, ma a quella di un altro. La donna diventa angelica nel “Dolce stil Novo” e per Dante Beatrice é la persona che riuscirà a salvarlo dalle miserie terrene, elevandolo al Paradiso. Con Cecco Angiolieri si fa strada il realismo, per cui, come dargli torto, vuole per sé solo donne belle e leggiadre per lasciare senza alcun rimpianto le zoppe e brutte agli altri. E con Boccaccio ci troviamo di fronte una donna, Brunetta, amata da cuoco Chichibio, ormai smaliziata, che sa di ottenere tutto ciò che desidera, facendo ricorso alla propria femminilità.
Ne “ L’epoca Risorgimentale tinta di rosa, tre donne protagoniste:Anita Garibaldi, l’eroina dei due mondi, la Spigolatrice di Sapri, la pietosa spettatrice, la contessa Castiglione, la diplomatica dalle virtù nascoste” secondo corso monografico di Letteratura, la poesia di Luigi Mercantini, dedicata alla triste spedizione di Carlo Pisacane, frainteso e attaccato proprio dai contadini meridionali che avrebbe voluto emancipare, è un esempio di come il Romanticismo si è legato al Risorgimento, evidenziando un legame privilegiato tra le due materie culturali umanistiche. 
 Nel corso monografico di quest’anno avente come argomento: ”Alla ricerca di Gamondio, la ricostruzione in Castellazzo Bormida e in Alessandria” l’abbinamento Storia/Letteratura si è basato sull’individuazione di autori, pochi peraltro, che hanno scritto intorno ai Longobardi. Questo popolo germanico ha denominato il borgo da loro fondato, diventato poi l’odierno Castellazzo Bormida, seguendo schemi di lingua tedesca ( per questo ci riesce difficile comprendere di primo acchito il significato) unendo gau = sito a mundio = protezione, ottenendo insomma quello che Gamondio significa ovvero Protettorato. Giulio Cesare Croce poi ne “ Le sottilissime astuzie di Bertoldo” ci parla di uno sgraziatissimo contadino (tutto il roverso di Narciso), Bertoldo, che per il suo spirito e il suo ingegno però era tenuto in somma considerazione da Alboino, il re che ha condotto nel 568 i Longobardi in Italia, e per questo era sempre ben accetto alla sua corte. Nella seconda novella della terza giornata del Decameron, Giovanni Boccaccio ci racconta dell’intreccio inconsapevole tra la regina Teodolinda, moglie del re Agilulfo e uno scudiero perdutamente innamorato di Lei. Il buio, le camere, separate tra uomini, donne e servitù, favoriscono il desiderio del palafreniere di giacere con la sua sovrana. Il re, parlando con la consorte dalla quale nottetempo si era recato, si rende subito conto dell’accaduto e per scoprire e poi punire il colpevole si reca nel dormitorio dei famigli, con lo scopo d’individuare attraverso i battiti del cuore il peccatore. Al palesato taglia quindi una metà dei suoi capelli. Costui però astutamente procede allo stesso taglio a tutti gli altri uomini, che stavano dormendo. Il giorno dopo il re, riuniti con la luce del sole gli armigeri, e accortosi dell’astuzia del vero implicato, non ricorre a torture, esami, domande, ma semplicemente ammonisce tutti i presenti “ chi il fece nol faccia mai più”, parole ovviamente comprese solo dall’interessato, che salvano però la buona reputazione della sua sposa. Il giudizio, che tuttavia pesa negativamente sui Longobardi, è quello espresso da Alessandro Manzoni nel primo canto di Adelchi. Il principe è il figlio di Desiderio, l’ultimo re dei Longobardi, sconfitto nel 774 dai Franchi, guidati da Carlo Magno, chiamato dal Papa, preoccupato delle mire espansionistiche di quei barbari, che da due secoli si erano insediati in Italia da dominatori. Sarà proprio Papa Leone III a nominare il vincitore Carlo, imperatore dell’area geografica, comprendente le odierne,  Germania, Francia, Italia. Il grande scrittore incolpa il popolo invasore di aver diviso l’Italia, orientando il Nord verso l’Europa e il Sud verso gli stati afro-asiatici e di aver reso i Romanici :”..un volgo disperso che nome non ha”, che pur di non sottostare sotto i Longobardi sperava che i Franchi li rendessero liberi. Per Manzoni il forte vincitore fa comunella col nemico vinto, restando entrambi a dominare, e dividendosi servi, bestiame e campi, bagnati dal sangue sia dei popoli invasori della penisola che dei Latini massacrati durante gli insediamenti. In questa puntuale analisi c’è solo un particolare non trascurabile: non possiamo continuare a denigrare e a nascondere quello che i Longobardi hanno compiuto perché noi ne siamo i diretti discendenti, a cui dobbiamo anche dei riconoscimenti. 
Se il legame Letteratura/ Storia appare scontato, perché da sempre ci hanno orientato scolasticamente a questa connessione, meno usuale è la relazione tra la Letteratura e l’Astrologia. L’insegnamento all’Unitré di quest’ultima disciplina, nella dissertazione di Sole, Luna, pianeti, segni zodiacali, case, tema natale, ha inserito quest’anno uno studio di Giuse Titotto che esamina in chiave astrologica, non già sul destino riservato a Cesare Pavese in rapporto alla data di nascita – il tema natale- bensì sul suo romanzo: ”Il mestiere di vivere”. Nato a Santo Stefano Belbo il 9.9. 1908 alle ore 6.00, lo scrittore, del segno della Vergine ha un tema difficile da vivere che concorda con la sua vita infelice, e coincide con le espressioni usate nell’esteso racconto. Il titolo stesso ricorrendo al sostantivo di “mestiere” è di per sé rappresentativo di un nativo sotto questo segno che riduce il tutto a prassi quotidiana come vuole la sua tempra d’instancabile lavoratore e non a lampi di originalità artistica di altri segni, non legati alla Terra. I valori della Vergine emergono nell’ostinata pignoleria con la quale Pavese per esprimere concetti, critiche ricorre spesso allo stesso vocabolo, ma avendo a che fare anche con la Bilancia assume funzione estetica, moraleggiante, giudicante.
Nel libro ad esempio ci sono spesso parole quali:”errore, colpa, peccato” la ricerca dell’errore è tipicamente Vergine, le altre due più attinenti alla Bilancia. “Abitudine”, la routine è tipica della fissità della Vergine, che vuole tutti uguali e teme il diverso.”Solitudine”, come Piemontese (il Piemonte è Vergine)Pavese ha scarsa capacità comunicativa, ed essendo molto concentrato su se stesso non riesce a trasmettere ad altri se non il suo scrivere. Altre frasi mettono in luce i sentimenti di disprezzo misto a paura nei confronti della donna, che accomuna nei difetti a quelle da Lui conosciute.
I condizionamenti dell’Astrologia sulle persone sono innegabili e il caso Pavese induce a rileggere quanto da Lui scritto, esaminandone le duplici sfere.    



Alessandria, 23 luglio 2013-08-08 
Di Piera MALDINI
C’è in Alessandria una via strana: è quella che collega via Guglielmo Schiavina a via dei Guasco. Lunga poco più di un centinaio di metri, ha due soli numeri civici, apposti agli ingressi di una palestra, nessuna attività commerciale, nessun ingresso di abitazione civile, due caseggiati uno per ogni lato della strada e due lunghi muri sempre su lati opposti, avrebbe potuto ispirare De Chirico per l’aspetto metafisico, senza doverla reinventare. 
L’accesso in macchina non è possibile nè da via Schiavina, nè dall’altro estremo, dove ci sono i paletti di ferro ad impedirlo. 
Questa tratta è dedicata ad Emanuele Boidi. Strano vero ?! Lui è il console che ha incitato gli abitanti di Gamondio (ora Castellazzo Bormida)  a lasciare le proprie case per spostarsi nel nuovo sito, alla confluenza del Tanaro e Bormida per creare una città, clonazione di chiese e osterie di Gamondio (che Lui avrebbe voluto che si chiamasse Gamondio, ma sarà Alessandria)   in grado di contrastare Federico Barbarossa e il marchese di Monferrato.  
L’azione di Emanuele Boidi è confermata dall’affresco posto in Municipio, in sala Giunta. Ma chi lo sa? Ecco che allora appare giustificata la parodia di Dario e Iacopo Fo sullo scontro tra Alessandrini e Federico Barbarossa, secondo la quale la nostra città sarebbe stata costruita dietro un bando di Milano, senza fare accenni né a Emanuele Boidi né a Gamondio.   


Alessandria, 1 febbraio 2009   
di Piera Maldini
Gentile Redazione, sono Alessandrina da trentatrè anni, ma originaria di Castellazzo (non tout court) Bormida (termine aggiunto per regio decreto dal 1863) e quando leggo sul vostro giornale “Il Piccolo” notizie che lo riguardano, il cuore mi si stringe. L’argomento che gli dovrebbe appartenere è il Raduno dei Centauri. Il condizionale è d’obbligo perché l’articolo di Mimma Caligaris di venerdì 30 gennaio 2009 cita il paese, menzionandolo solo a proposito del camping “d’accoglienza motociclisti”, senza chiarire qual è la ragione d’essere della momentanea struttura recettiva.
Ben più importante è invece il rapporto Castellazzo Bormida/Centauri in quanto la manifestazione, arrivata quest’anno alla sua 64^ (dove?) edizione, proprio qui ha avuto il suo esordio storico, per l’ideazione dell’intraprendente farmacista castellazzese Marco Re, che anticipando i tempi e non prevedendo sicuramente i futuri iperbolici sviluppi, ha dato il via al meeting dei motori su due ruote a livello internazionale in un’Italia ancora agricola e appena uscita dalla guerra.  Per molto tempo la rassegna, che si è sempre svolta alla 2^ domenica di Luglio, è stata motivo d’orgoglio dei suoi compaesani in un’atmosfera estiva, riscaldata dall’effervescenza e dalla condivisione.
I caratteri cubitali del titolo annunciano ora l’ufficialità del trasferimento del Motoraduno nella Caserma Valfrè d’Alessandria, adatta a contenere insieme ai motociclisti diverse iniziative: commerciali, culturali, di svago; nel testo l’abile omissione circa la provenienza precedente dell’evento semina dubbi sull’appartenenza della festa, che va a vantaggio di chi ora la gestisce a livello divulgativo in maniera esclusiva, senza riconoscere meriti e iniziative a chi l’ha messa in atto. Se da un lato si plaude al fatto che il capoluogo offra i locali di cui dispone per ospitare un fatto di così ampio respiro con gli innegabili ritorni economici e d’immagine d’altro canto cresce l’indignazione perché viene  inspiegabilmente taciuta la paternità naturale dell’Incontro motociclistico.    
Resta da dire qualcosa sul moto club alessandrino “Madonnina dei Centauri”, e cioè che mai come in questo caso la denominazione del gruppo appare così stridente, dal momento che  sceglie di chiamarsi con il nome della Madonna, protettrice dei motociclisti, a cui è dedicato il Santuario con sede a Castellazzo Bormida, mentre per  la cronaca, è proprio il caso di sottolinearlo, esiste  anche il Moto Club  del posto;  non si illustra poi che i partecipanti al Raduno sono soliti recarsi nel luogo sacro per ricevere, secondo la tradizione di come la manifestazione è stata concepita,  la rituale benedizione; ma alla stregua di guerrieri profani è diffusa invece la notizia che li accoglie la Caserma Valfrè, che tale rimane anche se ormai in disarmo.
Prevale l’amarezza, senza spirito polemico, nel constatare che già il toponimo Gamondio, ora Castellazzo Bormida, è scomparso nel dare i natali ad Alessandria e ora vorrei impedire che la storia si ripetesse! 


Alessandria, 10 novembre 2008
di Piera MALDINI
Nella seconda pagina del Calendario 2009 realizzato dal Fotoclub Gamondio 
La cascina è la costruzione che simbolicamente rappresenta l’agricoltura e, definita la proprietà privata delle terre, ne segna il passaggio dal sovrano o dai signori feudali ai contadini liberi dell’epoca comunale.
Come in tutta Europa occidentale anche a Gamondio, l’attuale Castellazzo Bormida, i primi casolari isolati sono costruiti nelle campagne alla fine del secolo X, quando cessano le razzie dei popoli invasori. Sono denominate “grange”, ossia granai, e sono case rustiche chiuse, difese da cinte murarie, comprendenti all’interno la cappella. Esse sono edificate dai Cistercensi, ordine monastico d’agricoltori benestanti, che vivono in paese nei monasteri eretti vicino alla Trinità da Lungi e a Santo Stefano extra muros, sistemando i conversi nelle loro cascine, Campagna e San Leonardo.  Sono i prototipi d’architetture rurali che s’inseriscono nel frazionato territorio compreso nel Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Le correnti giacobine, l’intervento napoleonico e la Sinistra storica con Urbano Rattazzi, dopo l’Unità d’Italia, deliberano la soppressione di tutti i cenobi, confiscandone i beni e determinando il cambiamento amministrativo territoriale.
Nel 1891, periodo di massimo splendore del fabbricato agreste, il Comune pubblica l’elenco completo delle 90 cascine appartenenti agli agricoltori castellazzesi, distribuendole nei settori di pertinenza alle tre parrocchie locali di San Martino, Santa Maria della Corte e San Carlo.
Negli anni ‘60 il boom economico con l’industrializzazione e la motorizzazione porta anche  la crisi agricola, che  si manifesta con l’abbandono da parte dei giovani dei poderi di famiglia per professioni ritenute più qualificate che esercitano in grandi città, italiane o estere.
Si pone ora nel 2009 l’urgenza d’intervento progettuale sui possedimenti agricoli e sulle strutture edilizie coloniche che, partendo dalla presa di coscienza del valore inestimabile del settore primario, si deve prefiggere come obbiettivo prioritario il rivalutare un’Arte, l’agricoltura, su cui si basa l’esistenza umana. 

Alessandria, 5 agosto 2008
di Piera MALDINI
Alcune precisazioni a carattere linguistico e storico, sui ritrovamenti longobardi a Marengo.
In “Mura longobarde a Marengo” di Bianca Ferrigni, apparso il 30/07/08, vorrei sottolineare la sbagliata concordanza del caso latino :”curtis regia” che può avere eventualmente due versioni o “cours regia” al nominativo o”curtis regiae” al genitivo. 
In “Marengo, imperatori e papi” del primo agosto, firmato da Roberto Livraghi, è opportuno distinguere i re longobardi da quelli carolingi del Sacro Romano Impero.
I Longobardi vennero in Italia nel 568, guidati da re Alboino che pose la sua residenza a Pavia.  Tra i vari regnanti vanno ricordati per il loro avvicinamento al cattolicesimo la regina Teodolinda e re Liutprando. Quest’ultimo oltre al lungo regno (712-744) va ricordato perchè protagonista nella leggenda di San Baudolino, patrono di Alessandria. L’ultimo re longobardo fu Desiderio (756-754), sconfitto da Carlo Magno nel 774. In seguito a questo avvenimento storico la “Longobardia maior”, vale a dire tutta l’Italia settentrionale longobarda, sparirà dalla cartina geografica, assorbita in breve tempo dall’Impero carolingio. 
Perciò Cuniberto(688- 700) è un sovrano longobardo.
Lotario I (843-855) e Ludovico II (855-875)  sono re d’Italia e imperatori del S.R.I. .Lamberto (892-898) é re d’Italia durante l’anarchia feudale. Lotario II  è il figlio del re d’Italia Ugo di Provenza e regnerà solo tre anni dal 947 al 950, in quanto muore per avvelenamento, di cui è sospettato Berengario II . La vedova Adelaide sposerà Ottone I di Sassonia. In occasione delle nozze nel 937 di  Ugo di Provenza con Berta e la promessa di matrimonio nella stessa data dei figli di entrambi, Lotario II con Adelaide, (il rito di quest’ultimi si celebrerà dieci anni nel 947, data la loro giovane età: il primo di undici anni, la seconda di sei) i re donano alle future mogli molte corti, tra cui quella di Marengo.
Il periodo è particolarmente complesso, occorre quindi non sovrapporre fatti e persone per  procedere con chiarezza.    


Alessandria, 31 maggio 2008
di Piera Maldini
Castellazzo Bormida ha origine antiche, è stato fondato dai Longobardi cui hanno dato il nome di Gaumundium, dove mundium equivale a  diritto di tutela-protezione riservata al capofamiglia unito a gau, centinaia.
Nel periodo feudale è stato costruito il castello, definito nel tempo castellacium. Da qui la nuova denominazione del paese, che subirà via via delle modificazioni: Castellazzo, Castellazzo Alessandrino e dal 1° febbraio del 1863 per decreto regio Castellazzo Bormida.
Non volendosi soffermare sul perché dal glorioso Gamondio si è passati al definitivo (in linea di massima lo si intende provvisorio) toponimo, si analizza in questa circostanza l’affezione delle persone al nome del paese completato con uno dei suoi principali corsi d’acqua: il fiume Bormida.
Generalmente, visto che per esteso il tutto conta 18 lettere, succede più spesso che si abbrevia la seconda parte in B.da. Questo lo si accetta, addirittura si auspica, se ci sono problemi di spazio, ma non ha alcuna giustificazione nella scritta commemorativa per il novecentenario del Libero Comune posta intorno al gelso, piantato di fianco a San Martino! Girando tutto intorno ci stava proprio nella completa sua lunghezza, anche magari scritto maiuscolo!
Più spesso purtroppo lo si omette. Cominciando dal dialetto, nessuno aggiungerà dopo aver detto Castlass anche Bormia, nemmeno sotto minaccia di affogarlo nel fiume stesso. La testata giornalistica non si chiama “Castellazzo notizie”? Nel cartello stradale di Casalcermelli c’è solo “Castellazzo” con sotto “ 3”. Negli articoli sul Piccolo, ultimo quello del 14/05/08 in occasione dei furti tra domenica e lunedì, titolava “ Castellazzo sotto assedio: è una notte da incubo”. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito.
Infine la spinosa faccenda, oggetto di erudite quanto inutili dispute se si dice: la Bormida, o il Bormida, ha una soluzione salomonica e inoppugnabile, che mette a tacere ogni possibilità di replica: far precedere sempre Bormida da “il fiume” e voilà la pace è fatta!
Se  il nome del proprio paese non è gradito perché non tentare di ritornare alle origini e riprendere il nostro Gamondio?!   



Alessandria, 24 febbraio 2008

di Piera Maldini

Terreni coltivati: deposito d’immondizia dei vandali, la natura sempre meno rispettata.

Chi ha occasione di percorrere una strada extraurbana, anche appena fuori Castellazzo Bormida, non potrà fare a meno di notare che stanno aumentando in modo esponenziale gli accumuli di sporcizia ai margini dei campi coltivati, confinanti con i percorsi asfaltati. Bottiglie e sacchetti di plastica, lattine di bibite, carte e cartoni d’ogni tipo e dimensione sono state gettati tra le coltivazioni che in questa stagione stanno spuntando.

Se lo spargere immondizia di materiale inorganico è già di per sé deprecabile nei centri urbani, o in zone decentrate come nelle vicinanze dei ponti delle ferrovie, o delle autostrade o in aree lontane e dimesse, perché oltre ad essere non igienico è anche antiestetico, se la si butta in campagna, l’indignazione non può che crescere alle stelle. 

La natura ha le sue leggi che devono essere assolutamente rispettate: se su un vegetale si pone della plastica esso è destinato a morte certa perché questo materiale gli impedisce l’ossigenazione; d’altra parte si ricorre proprio all’utilizzo del nailon per far seccare le erbacce invadenti.   

La stirpe italica è riconosciuta a livello mondiale per annoverare a sé geni, artisti, letterati; possibile che non riusciamo a toglierci la fama di poco puliti. Cominciamo dunque a considerare con maggiore attenzione e rispetto il territorio che ci appartiene, questo aiuterà a migliorare la nostra immagine, anche all’estero e nello stesso tempo raggiungeremo un più elevato stile di vita.     




Alessandria, 16 febbraio 2008
di Piera Maldini

VERO RISPARMIO O SOLO SCOMBUSSOLAMENTO?

Imminente il primo cambio dell’ora del 2008: da solare a legale.

Tra sabato 29 e domenica 30, nonostante crisi e alternanze di governo, ci attendiamo di spostare in avanti di un’ora, precisamente dalle 2 alle 3, i nostri orologi, vale a dire che in sostituzione dell’ora solare sarà introdotta -e durerà sette mesi- l’ora legale. Questo aggettivo deve già insospettirci e farci domandare se sarà una difesa o ci si dovrà difendere da questa ora come in ogni questione legale appunto, di nome e di fatto.  

A favore di questo tipo di orario si schierano tutti i mass media -televisione in testa- che diffondono presunti vantaggi di consistenti risparmi energetici. Non viene tuttavia mai citato chi  è preposto al conteggio e alla relativa registrazione e neppure è chiarito in che modo i dati sono  raccolti per produrre questi risultati  visto che i medesimi potrebbero scaturire solo da una comparazione: applicando cioè un anno un sistema e l’anno seguente lasciando tutto com’è.

Ancora più dubbiosa è la risposta su chi produce risparmio: non può essere la scuola, che per vacanze e orari ridotti non guarda molto a un’ora prima o dopo; non sono i contadini che seguono i  per i lavori in campagna ritmi del sole e neppure coloro che effettuano turni in ospedali, ferrovie o supermercati , perchè si sa che costoro usano energia quando serve. Certo che ci sono categorie che traggono vantaggi dal cambio di fuso orario, ad esempio la massa crescente di bancari che possono  disporre di un illusorio pomeriggio più lungo. In quanto a risparmio però… il dubbio non si dissolve.

A parte gli estimatori incalliti a cui l’ora legale piace e non si discute, un’altra parte della popolazione ne è contrariata e protesta in sordina contro l’anticipo del risveglio di un’ora in quanto dannosa all’organismo. Da un po’ di anni a questa parte i Francesi , che come noi sono spostati astronomicamente sul meridiano di Greenwich dall’inizio della primavera all’autunno, contestano la disposizione con particolare vigore- anche se a rigor di cronaca non ottengono nulla- diffondendo i casi comprovati di danni biologici accusati dagli individui, specie se conducono vita attiva, a cominciare dai medici, che nell’immediata applicazione del provvedimento e prima  di abituarsi ai tempi diversi, non hanno la mente pronta e vigile che la loro mansione richiede, per cui, ahimè noi, hanno più probabilità di commettere errori. Se entriamo nel dettaglio della vita quotidiana di ciascuno di noi, non possiamo che confermare le perplessità dei cugini d’oltralpe. Considerando prima di tutto i pasti: le 13 dell’estate equivalgono alle 12 invernali e le 20 alle 19, e non è la stessa cosa perché la differenza di un’ora c’è( tant’è che negli ospedali si ricorre per assurdo a un correttivo dell’ora in vigore), in quanto l’organismo ha i suoi tempi precisi che, come qualsiasi macchina, non può modificare se non a suo rischio e pericolo, e qui il cambiare è continuo. Un altro esempio lampante: andare a casa dalla spiaggia alle 19 significa invece che sono le 18, e si potrebbe usufruire all’aperto di qualche ora di luce. Arrivando nella propria abitazione un’ora prima si potrà accendere la tv o preparare la cena con qualche elettrodomestico, ascoltare musica, farsi la piega ai capelli o quant’altro, il tutto richiederà l’impiego di energia, in barba agli sconosciuti fautori dell’ora legale che consente di consumare meno energia! 

Soluzione : cambiare con la bella stagione gli orari dei lavoratori – come nei trasporti- e lasciare pensionati, ammalati, gente comune nel solito tran tran quotidiano senza stravolgimenti esistenziali dovuti al fatto che è sempre tardi e l’ora di sonno non si recupererà se non alla fine d’Ottobre quando tutti ci riappacificheremo con il naturale. 


Alessandria, 10 febbraio 2008
di Piera MALDINI 
A proposito di ora legale Sarà vero risparmio o solo scombussolamento?
Se vi sarà il solito intervento di governo, che nonostante crisi e alternanze così fan tutti, tra sabato 29 e domenica 30 marzo ci attendiamo di spostare indietro di un’ora, precisamente dalle 3 alle 2, i nostri orologi. A questo meccanismo, che ci regolerà la vita per sette mesi e pertanto fino alla fine d’Ottobre, si dà il nome di “ora legale”.
 Se i Latini azzardavano: “Nomina consecutio rerum”- i nomi sono legati alla realtà- viene spontaneo soffermarsi sull’aggettivo che sostituisce “solare” e chiedersi se sarà una difesa o ci si dovrà difendere da questa ora come in ogni questione legale appunto, di nome e di fatto.
Pro questo tipo di orario sempre si schierano i mass media, televisione in testa che sbandiera via etere, sparandoli a raffica , qui è proprio il caso di dirlo, stratosferici risparmi energetici. Resta un fitto mistero come questi si possono a calcolare, e altrettanto oscuro conoscere chi è predisposto al conteggio, visto che non ci sono forniti i dati; oltretutto sarebbe opportuna una comparazione cui attingere, possibile solo se in un anno si applica un modo e poi l’anno seguente si lascia tutto com’ è, a quel punto si può constatare se davvero il sistema è efficace sotto l’aspetto dello sperpero o del suo contrario.
In ogni caso viene da chiedersi chi genera risparmio in questa situazione? Forse la scuola ? La risposta è scontata: vacanze e orari ridotti non guardano molto a un’ora prima o dopo. Forse i contadini? Certamente no, perché gli agricoltori guardano la luce solare e ne seguono i suoi ritmi. Forse le varie categorie di lavoratori che effettuano turni in ospedali, ferrovie o supermercati? Va da sé che, per chi monta in servizio, quando l’energia serve si usa e ancora una volta non si guarda l’ora. A ben vedere però la massa sempre più crescente dei bancari trae innumerevoli vantaggi dal cambio di fuso orario, perchè può disporre di un più lungo pomeriggio. In quanto a risparmio però ……. il dubbio non si dissolve.
Non tutta la popolazione è d’accordo con la trovata- ci sono tuttavia gli estimatori che si dicono entusiasti e la rimpiangono nei mesi invernali (non pensando che la rimpianta è la bella stagione!)- e da parte dei contrariati si alzano le proteste contro l’anticipo di un’ora in quanto dannosa all’organismo. Da un po’ di anni a questa parte i Francesi, che come noi sono spostati astronomicamente sul meridiano di Greenwich dall’inizio della primavera all’autunno, contestano la disposizione con particolare  vigore , anche se a rigor di cronaca non ottengono nulla, diffondendo i casi comprovati di danni biologici accusati dagli individui, specie se conducono una vita attiva, a cominciare dai medici, che nell’immediata applicazione del provvedimento e prima di abituarsi ai tempi diversi, non hanno la mente  pronta e vigile che la loro mansione richiede, per cui, ahimé noi, hanno più probabilità di commettere degli errori . Se entriamo nel dettaglio della vita quotidiana di ciascuno di noi, non possiamo che confermare le perplessità dei cugini d’oltralpe. Considerando prima di tutto i pasti: le 13 dell’estate equivalgono alle 12 invernali e le 20 alle 19, ma non è la stessa cosa perché la differenza  di un’ora c’è e l’organismo ha i suoi tempi che, come una qualsiasi macchina , non può modificare se non a suo rischio e pericolo, considerando pure che è un continuo cambiare . Un altro esempio: andare a casa  dalla spiaggia alle 19  significa invece che sono le 18, e si potrebbe usufruire all’aperto ancora di qualche ora di luce. Cosa si fa rientrati nella propria abitazione un’ora prima? Forse si accende la tv, o si prepara la cena con qualche elettrodomestico, forse per ingannare il tempo si ascolta musica o si fa la piega ai capelli. Il tutto richiederà l’impiego d’energia, in barba a tutti i fautori, che non si sa mai chi sono, dell’ora legale, che consente di consumare meno energia!
Non sarebbe meglio  anziché cambiare l’ora a tutti si cambiassero semplicemente gli orari- come già avviene nei trasporti- di chi lavora e lasciare pensionati, ammalati, gente comune nel solito tran tran quotidiano senza  stravolgimenti esistenziali dovuti al fatto che è sempre tardi e l’ora di sonno persa non si recupera tanto facilmente e in ogni caso effettivamente lo si farà solo alla fine di Ottobre quando il naturale si riappacificherà con noi? Altra domanda :” A chi giova l’ora legale?”