Cristina Pesce - Emozioni di carta


Maria Cristina Pesce - LIBRando. Emozioni di carta

LIBRando. Emozioni di carta. di Jo March, alias Maria Cristina Pesce
Uno spazio di suggestioni, significati e storie, quelle che colpiscono il cuore, la mente o l'anima, che lasciano tracce dentro di noi.
In qualsiasi luogo siamo quando leggiamo un romanzo, un racconto ci addentriamo in altre dimensioni in cui  troviamo spicchi di esistenze, spaccati di vita e  riflessi della nostra, frammenti delle complessità umane, pensieri e sguardi, dolori e gioie. Storie che ci permettono di entrare in  mondi immaginari ma così colmi di realtà e della  grandezza umana quanto della nostra  piccolezza e fragilità .

Pagine che sfogliandole ci cibano di emozioni, di nuovi saperi, di scoperte,  di incontri,  di illuminazioni e confronti. La lettura é un   piacere  per raccoglierci  intimamente con noi stessi e nel contempo  ampliare il nostro sguardo. Il profumo della carta stampata, il rumore della carta sfogliata é sensuale, per il corpo e per la mente, per questo vi invito al piacere di calarvi dentro alle pagine stampate e senza paura intraprendere  nuovi viaggi in altre dimensioni.
Buona lettura!



La figlia sbagliata  di Raffaella Romagnolo
by Maria Cristina Pesce
Raffaella Romagnolo tocca sempre le nostre corde più profonde e si conferma, ancora una volta,  autrice di densi contenuti con La figlia sbagliata, un altro libro molto coinvolgente, colmo di umanità  ma anche di amarezza e di  crudo realismo.
Un romanzo pervaso da tematiche  come la complessità delle relazioni, la genitorialità, il rapporto di coppia,  l’amore castrante che tarpa le ali e l’amore negato, la predilezione per un figlio rispetto ad un altro, i dolori, la solitudine, le rinunce e l'abitudine  dei rapporti  che si 'consumano' nella routine.
Protagonista é una famiglia, Branchero, all'apparenza normale i cui componenti sono imprigionati nella morsa del dovere, condizionati  da scelte ‘dovute’, da apparenze, da aspettative deluse, da sogni non realizzati, da dolori e sensi di colpa che non trovano pace e che segneranno  il tenue  confine tra normalità e pazzia. 
Una moglie insoddisfatta che in nome della sicurezza, del dovere, dell'apparenza sociale, della paura della solitudine ha rinunciato al suo lavoro, ai suoi sogni e al suo talento grafico e che tenta di realizzarsi attraverso il figlio. Un marito camionista poco presente e che ha delegato alla moglie l’educazione e le responsabilità genitoriali, un figlio ‘remissivo’ che ha indossato l’identità che la madre desiderava, nascondendo i suoi veri desideri per soddisfare le aspettative che la genitrice riversava su lui. Una figlia che si sente in colpa per non aver letto i segnali del malessere, del disagio del fratello, per non essere riuscita a farsi amare dalla madre e salvarla dal baratro del dolore.
La storia, in un'atmosfera surreale, si snoda intensamente tra presente e passato e ha il suo incipit con l’infarto di Pietro di cui la moglie Ines, occupata a riassettare la cucina e ad osservare  un talk show, si accorge diverse ore dopo “ Se tra una passata e l'altra si fermasse a guardare in volto Pietro Polizzi, cosa che Ines fa di rado, si accorgerebbe dell'incipiente pallore e di una lieve impressione di secchezza della pelle, causata dal blocco del flusso sanguigno...”. Ines non si comporta come farebbe qualsiasi persona in una situazione del genere, non chiama nessuno, non si dispera, lo lascia li.  Il  tempo per lei si é fermato di colpo,  persa nei meandri del passato, consumata dal dolore, lascerà passare  quattro giorni vicino al corpo del marito, ormai freddo per il rigor mortis, mentre percorrerà un viaggio interiore, crudo e lento, sulla sua vita e quella dei suoi famigliari, tra fantasmi, dolori e segreti. La sua mente rivangherà la sua vita, il figlio, la sua bellezza, i suoi talenti come nuotatore e come studente, i suoi traguardi. Un figlio che le aveva sempre dato ‘soddisfazioni’, dalla carriera scolastica eccellente fino ad arrivare ad una promettente carriera lavorativa a differenza di Riccarda, la figlia, “la signorina crisi isterica”  che  aveva scelto di fare l’attrice, di intraprendere un lavoro dal futuro incerto e ben lontano dalle aspettative così conformiste della madre. Una vita normale, all'esterno, sempre attenta alle apparenze, ma per certi versi una famiglia malata, in cui tutti i componenti, ad esclusione di Riccarda, la più autentica e solida, hanno indossato un'identità che non era la loro, a partire da quel figlio che si ribellerà alle aspettative materne tragicamente.
Una trama ricca,  ben strutturata, scorrevole, una scrittura introspettiva e molto toccante che come i precedenti libri della Romagnoli stimola  riflessioni  sulla complessità delle relazioni,  sull'identità reale e 'pubblica', sulla fragilità dell'essere umano, sul labile confine tra normalità e pazzia.




Rileggendo  L'Angelo di Avrigue 
by Maria Cristina Pesce
Riponendo alcuni libri negli scaffali delle mie librerie stracolme, prossime al rigurgito, tanto  sono pressati e stratificati, é scivolato a terra L’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti. Un segno? Forse. Tanto è che memore di quanto avevo amato questo libro, presa dall’impellente desiderio di rileggerlo ho abbandonato il senso del dovere che mi ‘ordinava’ di riassettare,  per sprofondarmi nella rilettura di un libro che ha avuto su di me un forte impatto emozionale. Volevo ritrovare alcuni passi che ormai, dopo tanti anni, erano confusi  nelle retrovie nebbiose della memoria. 
Una scrittura essenziale e profonda quella di Francesco Biamonti, alla Montale, che mi viene naturale associare ad un altro grande scrittore ligure che ho studiato e amato molto, Camillo SbarbaroScarsa lingua di terra che orla il mare, chiude la schiena arida dei monti; scavata da improvvisi fiumi, morsa dal sale come anello d'ancoraggio; percossa dalla fersa; combattuta dai venti …aromi di selvagge erbe. Liguria, l'immagine di te sempre nel cuore, mia terra..” Poeti dalla potente voce silente ma così viva, pittori di penna di lirici paesaggi, scrittori di profili umani essenziali, di scarne parole.
Il contesto é il  paesaggio ligure, il mare, la luce del cielo che la illumina, i  profumi marini e silvestri che l'avvolgono, le asprezze dei sentieri scoscesi dell'entroterra al confine con la Francia. Un  romanzo che suscita  forti emozioni sensoriali con i suoi quadri  impressionisti: l’ulivo agitato dalla brezza marina «C’era brezza di mare e qualche bagliore s’aggrovigliava agli ulivi toccati da questa brezza», il paese che domina su una roccia tra sfumature di  cielo e di mare, incorniciato dal verde di una vegetazione selvatica, schiaffeggiato dal vento, baciato da una luce dorata di giorno e d'argento la sera. “Una luce radente spianava il mare e lo sollevava nelle insenature; anche al largo esso si alzava sino a cozzare contro il cielo. Un altro mare, d’ombra, scendeva dalle catene rocciose…l’ora viola l’avvolgeva,  l’ora della nostalgia tra due mari”.  
Una narrazione intrisa della magia dei luoghi sospesi nel tempo, in cui, anche gli uomini sembrano in attesa,  del fascino riposante di una quiete profonda, densa di una profonda solitudine che aleggia in tutto il racconto, della dolce malinconia di esistenze piegate dalla fatica di vivere di montaliana memoria e di quella  rassegnazione impastata di silenzi che profumano di eterno.  
Nell'antico borgo di Avrigue  si respira l'odore di salsedine intrecciato al profumo di rosmarino selvatico, a quello della ginestra, dei pini e degli ulivi ma anche a quello della miseria. Un luogo che non regala molte risorse di sopravvivenza, da cui i giovani si allontanano per cercare un lavoro. Terra di confine, un tempo  percorsa da contrabbandieri e soldati con vecchie case in pietra,  dove  in quelle abbandonate, si rifugiano personaggi forse drogati o soltanto  ambientalisti o mistici, un paese abitato da pochi giovani ma  da molti vecchi, ancorati ai ricordi  di un mondo antico, nostalgici di un tempo passato. Sotto la roccia, vicino, la costa ligure con il  suo turismo, il lavoro, il divertimento, il miraggio per la gioventù di una vita che scorre, piena,  emozionante.
La voce narrante é di Gregorio, un marinaio che ritorna dopo un lungo viaggio sul mare al suo paese natale, nella sua casa, per recuperare la pace della terraferma, “saturo d'acqua e lamiera”, per riabbracciare i luoghi delle sue radici e gli affetti. “La collina era irruvidita nel lungo tramonto. La notte non riusciva a toccare gli ulivi soprani trasformati in vaste farfalle nere. Era arrivata una di quelle tristissime sere in cui sul mare si sentiva lo stridio del ferrame”. Una bella figura Gregorio, un marinaio  che ha studiato il latino,  che non giudica, una testa 'pensante' dal profondo senso umano, comprensivo ma anche  inquieto “Hai già lo sguardo perduto dei vecchi marinai. Non si capisce mai cosa cerchino”. Diverse figure femminili animano la vita nel borgo, Ester, dall'andatura elegante e sciolta, dolce e accogliente ma anche determinata, legata affettuosamente a Gregorio,  ma che alla fine  lascerà con una lettera di addio “Tu sei sempre stato gentile, ma non ho mai trovato il costante tepore a cui mi ora mi voglio aggrappare”.  C'é Martine, la madre di Jeanne Pierre, confusa e impietrita dal dolore per la perdita del figlio con cui aveva un rapporto conflittuale, la sua protettiva amica Lawrence, appassionata giocatrice di Casinò, divorata dal desiderio di un’ingente vincita provocata non tanto dal bisogno ma dalla sfida con il destino. Bello anche il profilo umano del parroco del paese, “... sembrava molto impressionato, non era vago e sbrigativo di fronte alla morte”, così diverso dal cameriere del bar dell'olandese, con le sue approssimazioni e i suoi pregiudizi.
La struttura narrativa si snoda in dialoghi che sembrano quasi mormorati e sospesi, in silenzi di attese che accompagnano le riflessioni di Gregorio sulla morte di Jeanne Pierre. Una morte accidentale, provocata  o un suicidio? Un romanzo non recente, dalla scrittura essenziale, ermetica, ricca di pause, che suscita straordinarie emozioni, in cui  la descrizione della luce e del paesaggio é autentica poesia che parla all'anima. 


Storia di una ladra di libri, di Markus Zusak

by Maria Cristina Pesce
Mi meraviglia sempre la forza degli esseri umani, che riescono a rialzarsi, seppure barcollando, persino quando fiumi di lacrime inondano i loro occhi.

E' il potere della parola, della sua capacità di nutrire la mente e l'anima. E' la sua  forza ristoratrice e la magia delle parole come amuleto e come rifugio da un mondo impazzito.
La storia di una ladra di libri di Markus Zusak é una storia d'amore, d'amicizia, la storia di una famiglia, di Liesel,  di un popolo, del nazismo, degli ebrei nella Germania hitleriana. E' il  racconto di una giovane ladra che salva i libri che verrebbero distrutti, bruciati nei roghi nazisti,“...ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe,  case e libri”, restituendo alle parole una sorta di nuova 'vita'. 
Un romanzo colmo di sentimenti, di nobiltà d'animo, di compassione, di dolore, di personaggi imperfetti ma assolutamente autentici, umani.
La storia inizia tristemente con la madre di Liesel in viaggio su un treno, sta  accompagnando la figlia e Warner, l'altro figlio, vicino a Monaco, in una nuova casa, in una nuova famiglia, affidataria. Si sta separando da loro per offrire ai figli una vita più serena,  per  proteggerli dalla follia nazista perché è una kommunist, nell'elenco dei 'reietti', da isolare, imprigionare, distruggere. Durante il viaggio però il fratellino morirà, dopo la sepoltura lo sguardo di Liesel sarà colpito da un testo per terra “Il manuale del necroforo”, forse sfuggito all'officiante del funerale, il primo libro che ruberà pur non sapendo ancora leggere. Sarà Hans, il padre  adottivo che le insegnerà a leggere. Liesel crescerà con l'amore di una famiglia, tra  la  scuola e l'amicizia di Rudy, con il quale, nell'innocenza dell’età, nonostante  la tragedia del periodo storico, della povertà, vivrà scorribande e avventure. Ma saranno assolutamente significative per la sua crescita, le parole dei libri, che  l'aiuteranno a guardare il mondo con uno sguardo diverso e a superare i difficili momenti del nazismo, della guerra, delle perdite affettive che la toccheranno da vicino.
La voce narrante é la Morte, co-protagonista con Liesel della storia. 
Una Morte che non é lo spettro del nostro immaginario, ma quasi ironica, altre commovente, che  trasporta  il lettore in mezzo al dolore, alla sofferenza dell'Olocausto, della seconda guerra mondiale. “Dicono che la guerra sia la migliore  amica della morte ma debbo dissentire. Per me la guerra é come un nuovo padrone che pretende l'impossibile. Ti sta con il fiato sul collo, ripetendo senza sosta 'lavora, lavora'. Tu lavori. Ti affanni. Il capo però mica ti dice grazie,anzi esige ancora più impegno da te”. Una morte che svolge il suo compito, che sa quando traghetterà le anime delle persone, che  racconta la storia di Liesel 'camminandole' sempre vicino e che la  'porterà via', solo quando sarà molto anziana. Una Morte dalla sorprendente pietas umana.
Di ogni personaggio é ben disegnato il carattere: Hans, dolce e pacato, musicista, ma per necessità decoratore, tedesco che non condivide la follia nazista e persegue silenziosamente i suoi ideali, a costo della  vita, la moglie Rose, apparentemente arcigna, dura, dal linguaggio da 'scaricatore di porto', ma in realtà con un gran cuore. Bello anche il personaggio di Rudy, l'amico del cuore di Liesel, “dai capelli del colore dei limoni”, che costantemente vorrebbe rubarle un bacio  e quello della moglie del sindaco, Ilse, distrutta dalla scomparsa del  figlio, complice silenziosa che permette a Liesel di rubarle i libri della sua ricca biblioteca. Lirico il personaggio di Max, il sensibile ebreo ospitato e nascosto sotto le scale della cantina della casa degli Hubermann e che instaurerà con Liesel una straordinaria amicizia che durerà tutta la vita, sarà lui che le insegnerà il valore simbolico della parola e della scrittura.
Uno stile di scrittura inconsueto, con frasi brevi, anticipazioni, disgressioni, sospensioni e metafore,  singolare anche nel contenuto. Inizialmente la lettura può apparire ostica, eppure dopo poche pagine  ti prende e ti coinvolge per la sua intensità. Ringrazio l'amica che mi ha invitato a leggerlo prestandomelo, per certi versi mi ha 'incoraggiato', da molto tempo, per chissà quale oscuro motivo, pur essendo tentata, rimandavo l'acquisto e la sua lettura. Una storia appassionante dai passi molto toccanti, non da divorare ma da leggere con calma e in totale silenzio.




Il quarto potere di  “Numero Zero” di Umberto Eco
by Maria Cristina Pesce
Ne ferisce più la lingua  che la spada
“Numero Zero”, l'ultimo libro dell'esimio e talentuoso semiologo Umberto Eco che rispetto ai precedenti dello scrittore ho letto in 'un batter d'occhio', è già nelle vette delle classifiche. La fama dello scrittore alessandrino, pilastro della nostra letteratura, è ormai garanzia di successo e di picchi nelle vendite. Un thriller dai toni ironici, talvolta sarcastici ma ‘appetibile’ anche se non possiede lo spessore del magnifico noir medievale “Il Nome  della Rosa” . Non ricorda “Il Pendolo di Focault”, “Baudolino”, ne  “Il Cimitero di Praga”, non é storico come quasi tutti i romanzi del Professore, pur tracciando avvenimenti della nostra storia contemporanea. Il racconto parte infatti dallo scandalo dell'Albergo Trivulzio (1992), per passare al caso Gladio,  a Licio Gelli, la P2,  la storia giudiziaria, la mafia,  la Cia,  i servizi deviati e le stragi dell’ Italia tra la fine della Prima e la Seconda Repubblica. Una narrazione che svela il meccanismo della menzogna del quarto potere, la strumentalizzazione dell'informazione per scopi non edificanti, che si sviluppa tra intrighi, informazione e notizia e gli inganni  della politica.
La trama si dipana in una fantomatica redazione nelle mani di un editore senza scrupoli, Vimercati, proprietario di emittenti televisive, di case di riposo, di giornali scandalistici, che pur di  entrare nel giro  “di chi conta  nel  salotto buono della finanza”, della politica, é disposto a usare il ricatto. Simei, il direttore, é una mente machiavellica che nei brainstorming redazionali coltiva nei presenti la cultura dei dossier, dell’informazione fittizia, deviata, del sospetto “I sospetti non sono mai esagerati. Sospettare, sospettare sempre”, che suggerisce  le linee  a cui devono attenersi “I giornali insegnano alla gente come deve pensare”.
Un team di giornalisti 'rottamati', di basso spessore professionale ed etico, che attiverà, su lauto compenso, una “macchina di fango”, che raccoglierà notizie e manipolerà  l'informazione “Per coprire  e non per diffondere le notizie”,  per insinuare, creare supposizioni e sospetti. Una redazione che quando non avrà notizie le inventerà e che dovrà alimentare  il sospetto che sta lavorando ad  informazioni scottanti, 'esplosive'.
La voce narrante, Colonna (cognome simbolico?), é un colto ghost writer che oltre a coordinare il gruppo dei sei redattori deve raccogliere, ad insaputa degli altri, il materiale per un libro-scandalo. A differenza dei colleghi della redazione  è un uomo che nonostante il disincanto e le necessità pecuniarie ha ancora “vergogna”, possiede una morale come la giovane Maia.  Romano Braggadocio é invece un giornalista paranoico del complotto, che vede ombre dappertutto (assolutamente allucinatoria quella che riguarda Mussolini), mentre dalle parole del Direttore si intuisce  che Lucidi é una spia dei servizi, infiltrata nella redazione. Giornalisti  scribacchini, una testata usata come arma di ricatto, ma anche una liason  d'amore tra Colonna e la tenera Maia che ogni volta che ascolta il secondo movimento della Sesta di Beethoven si commuove.
Una storia in cui realtà e fantasia  si intrecciano all’interno di una Milano surreale “non  più simile ad Amsterdam,... non più bellissima come diceva Stendhal,... non più con le case di ringhiera di una volta”, con vicoletti scuri e malfamati. E in un 'carrugio' milanese viene trovato il cadavere di Braggadocio. Quelle sue ipotesi di complotti che sembravano così farneticanti e macchinose acquisteranno un altro significato. E Colonna che era stato designato come confidente sarà in pericolo di vita? Un alternarsi di verità e di finzione, di farneticazioni  che si concluderanno con un finale inaspettato.
“Numero zero”, é surreale e grottesco, un libro dal  taglio noir, che come  tutti i libri di Eco trasuda dotte citazioni, ma la bulimia dell'erudito Professore é parte del  personaggio. La narrazione è stranamente breve, scorrevole e coinvolgente con alcuni picchi davvero brillanti, ma é anche troppo condensata di fatti non sviluppati. Un libro che lascia  un po' di amaro in bocca, in cui si intravede la disillusione dello scrittore sul giornalismo di oggi, una palese critica ai giornalisti, poco autonomi,  burattini nelle mani dei loro direttori o 'servi' dei potenti, deontologicamente poco corretti.  Non solo, Eco pare rivolgere una critica più o meno velata anche alla politica “Tangentopoli non é morta. La politica é sempre corrotta”, incapace di cambiare il sistema, di ricostruire un'Italia moralmente più dignitosa. 



Avrò cura di te.
by Maria Cristina Pesce

Amarsi é l'opera di due architetti dilettanti...che sbagliando e correggendosi a vicenda imparano a realizzare un progetto che prima non esisteva. Noi. (Massimo Gramellini, Chiara Gamberale)
“Avrò cura di te”, un romanzo a due voci, un dialogo epistolare, tra una donna, Gioconda, e un angelo, Filèmone,  in scena i tormenti e i dolori sentimentali di una trentaseienne.
Scritto a quattro mani, da Massimo Gramellini e da Chiara Gamberale, ricorda lo stile di ambedue, quasi un continuum di “Cuori allo specchio” del giornalista de La Stampa e di  “Per dieci minuti” della scrittrice romana. Un racconto che concilia, attraverso la formula della corrispondenza, due penne e due generi diversi che nella differenza e nella contrapposizione trovano la loro forza e logica espressiva.  “Avrò cura di te” non è “Fai bei sogni”, non ha la stessa profondità né la stessa forza avvincente ed é probabile che  molti lettori siano stati sfiorati dal sospetto che sia  un prodotto editoriale ‘sfornato’ ad hoc, di sicuro gradimento, visti i precedenti successi dei due scrittori.
Ma è un romanzo che sa toccare le nostre corde più intime, è denso di sentimenti e di concetti dal taglio psicologico in cui molte donne possono rispecchiare i malesseri, le complessità e le difficoltà delle dinamiche affettive, delle storie d'amore. “La vita per chiunque abbia l’ardire di credere in lei è un ingegnoso gioco di specchi”.
Due personaggi in primo piano, uno emotivo e confuso, l’altro saggio e poetico, ma é attorno all’amore, che si snoda la storia, quel sentimento che tutti vogliamo e che per incapacità di costruire, di ascoltare l’altro, per quella tendenza umana di tentare di plasmare l'altro in base alle nostre aspettative, per inseguire la nostra personale idea dell'amore, perdiamo. O ancora per paura, per possesso, per impazienza, per narcisismo o per la ricerca di una perfezione assoluta, poco umana, tendiamo a incrinarlo, a distruggerlo. Solo quando l’abbiamo perso, pur essendo fautori della sua scomparsa, cerchiamo disperatamente di riconquistarlo, aggrappandoci fino all’ultimo per non doverci guardare  dentro, per non essere messi di fronte ai nostri sensi di colpa, alle nostre carenze, ai nostri errori, all'inevitabile cambiamento di noi stessi, dell’altro e del rapporto. “L'amore perfetto non esiste. Quello reale é la somma di tante le imperfezioni. L'amore più duraturo spesso é il più improbabile”.
In secondo piano, ma non certo di meno spessore, altri personaggi, l'eccentrica madre, un padre chiuso nel suo mondo, un'amica travagliata da una relazione extraconiugale, il ricordo della dolce figura della nonna, l'ex marito.
La difficoltà ad elaborare la perdita affettiva, il vuoto “Nessuno potrà mai riempire  da fuori il vuoto che porti dentro”, il fallimento, l’ansia, la solitudine, la confusione, la rabbia, queste le tematiche che dovrà affrontare Gioconda, abbandonata da Leonardo, dopo il  suo tradimento con il padre di uno dei suoi alunni.
Giò vive drammaticamente la separazione dal marito dibattendosi tra i due modelli antitetici che si porta dentro, l'espressione dell'amore coniugale incarnato dai nonni,  eterno e  perfetto e quello dei genitori, precario e conflittuale. Due modi di amare diversi, la pazienza,il sacrificio, la tenerezza contro l'impulsività, l’egoismo, l'individualismo.  Gioconda, Giò, é un'anima inquieta,non si ama,"E' faticoso essere obbligati a frequentare noi stessi, quando siamo i primi a detestarci", ha alle spalle un'infanzia difficile che il fallimento del suo matrimonio porterà a galla, spingendola a rifugiarsi nella casa che era dei nonni per ritrovarsi, un viaggio interiore che inizierà, non a caso, il 14 febbraio. Un percorso  di crescita e di dinamiche interne che durerà un anno e che la metterà di fronte  a se stessa, scaverà sui suoi reali bisogni, sull'essenza, che le insegnerà a passare dall'Io al noi, ad ascoltare meno la testa e più il cuore. “Sai quanto é difficile far intendere il linguaggio dei sentimenti a chi crede che esistano soltanto i pensieri e le emozioni”.
L'immaginario angelo Filèmone non é altri che l' Io più profondo con cui intimamente Giò  ha il coraggio di parlare mettendo a nudo la parte più fragile, peggiore e disorientata di sè. Da questo scambio Gioconda, accompagnata dall'angelo 'Custodde' nel viaggio alla scoperta di se stessa metterà i tasselli a posto, una donna più consapevole del suo narcisismo, dei suoi errori, dei suoi egoismi e vittimismi.
"Saper amare. Un'impresa ostinata che non richiede  ricompense nè riconoscimenti ufficiali, spesso nemmeno da parte dell'oggetto del nostro amore"
Un romanzo che si snoda attraverso la corrispondenza tra la professoressa e il magico  angelo, una narrazione che nonostante la forma epistolare che talvolta rallenta la lettura, é scritto molto bene, con un linguaggio forbito, colto, ricco di aforismi.  Un racconto che si declina tra passato, presente e futuro, tra ricordi e scoperte, che concilia la spiritualità  e la liricità di Gramellini con l’intensa emotività femminile della Gamberale, narratrice di donne 'smarrite', sempre  in 'viaggio'  per ricostruire se stesse.  
Chi di noi non vorrebbe avere un angelo con cui instaurare un dialogo continuo e che si prenda cura di noi, che puntualmente risponda ai nostri interrogativi, alle nostre paure? che sa magicamente toccare le nostre corde più intime ed emotive, che sa alleviarci e guarirci dal dolore?



L'amore che ti meriti di Daria Bignardi
by Maria Cristina Pesce

Un titolo che lascia spazio a molte interpretazioni e un  romanzo, un giallo che non ha la struttura del classico giallo. Una storia narrata a due voci. Un mistero, una giovane donna alla ricerca della verità e di radici perdute, un giovanissimo congiunto scomparso, il rapporto simbiotico tra due fratelli adolescenti e quello conflittuale tra madre e figlia, la storia di una buona famiglia con i suoi scheletri, questi alcuni degli ingredienti de L'amore che ti meriti di Daria Bignardi. Diverse le tematiche all'interno del romanzo, storiche, generazionali, la droga, l'appartenenza ma é sopratutto l’amore le fil rouge del romanzo, nelle intenzioni, nelle azioni e nelle parole, l’amore nelle sue diverse declinazioni, tra genitori e figli, tra uomo e donna, nell’amicizia e nella sua duplicità, nel bene e nel male, nella creazione e nella distruzione che il sentimento genera.

Non apprezzo la giornalista come intervistatrice televisiva ma é gradevole e accattivante la sua scrittura e quest'ultima sua produzione é assolutamente superiore alle precedenti. Si percepisce la sensibilità dell'autrice e un'intensa partecipazione  affettiva alla sua terra, a Ferrara, agli antichi palazzi, come lo splendido Palazzo del Diamante, alle piazze, alle “strade lastricate di ciottoli lucenti,... di una bellezza malinconica e composta, solitaria”.

Una città di provincia dalla vita apparentemente sommessa e sonnecchiante, con le sue tradizioni, i suoi ritmi, i suoi punti d'incontro, la sua nebbia ma anche i suoi segreti. Ed  é  da questa città emiliana che si dipana la trama e la ricostruzione della memoria di un passato, di un puzzle i cui tasselli, uno per uno, andranno al loro posto.
Alma, una delle due voci narranti, é una professoressa universitaria, colta e amatissima dai suoi studenti, schiacciata dal pesante fardello di essere la causa della scomparsa del fratello e del suicidio del padre. Una donna che cela il suo dolore e i suoi sensi di colpa da oltre trent'anni “Ho rovinato tutto e mi merito l'inferno che ho vissuto istante per istante”. Una sofferenza e un segreto mai condiviso con lo schivo marito e la figlia e che solo quando comprende che Antonia è ormai matura e forte per affrontare la verità, gliela rivela.
Antonia (Toni),l'altra voce narrante, é una giovane scrittrice di gialli, quando la madre  le svela la scomparsa dello zio, decide di andare nella città estense sulle sue tracce “ per aiutare mia madre, è ancora convinta che sia colpa sua, dopo tutto questo tempo”, alla ricerca della verità ma anche per ridare ad Alma un po' di serenità “i segreti ti rendono più forte ma anche solo. Fanno soffrire soprattutto chi li porta”.
Una figlia che comprende in pieno il carico che la madre si é portata sulle spalle per tutta la vita “Non sa cosa sia la leggerezza. Non è una persona pesante, è solo intensa. Concentrata. Profonda.”
Ma torniamo indietro di trent'anni. Una 'buona' famiglia, unita, i figli, Alma e Maio, sono due adolescenti, legatissimi, curiosi e avidi di vita e di esperienze, lui più influenzabile, dipendente da quella sorella che decide insieme ad alcuni amici, nell’incoscienza e nell’audacia dell’età e dell' atmosfera trasgressiva degli anni'70, di provare, l'eroina. Ma se per Alma rimane un episodio circoscritto, per lui  più fragile inizia la dipendenza dal “male”.
Una dipendenza che distruggerà la famiglia, incrinerà il legame tra i due fratelli, fino alla scomparsa di quest'ultimo, a cui, dopo pochi mesi, seguirà il suicidio del padre e dopo poco la morte della madre, lasciando Alma in uno stato di stordimento totale. Sola, confusa  intreccerà  anche un legame con un malavitoso.
Toni nella città ferrarese inizierà le ricerche a ritroso nonostante la polizia fosse, a suo tempo, arrivata alla conclusione che Maio con molte probabilità avesse fatto la stessa fine di due ragazzi che la notte della sua scomparsa erano morti per un’overdose. Bello il raffronto che farà tra Bologna, solare e aperta e Ferrara, ovattata e riservata.
Nella città delle sue radici conoscerà l'enigmatico e affascinante commissario, Luigi D'Avalos,  la fidanzatina dello zio, Michela  e  Lia, un’anziana elegante signora che abita ancora nei pressi della loro casa, da trent’anni abbandonata dalla madre e mai venduta. Sarà proprio Lia che a poco a poco le rivelerà la storia del nonno e dei suoi  bisnonni.
La conclusione però lascia un pò di amaro in bocca come  pure l'impressione che non sia stata sviluppata come poteva essere, ma la lettura è accattivante, scorrevole e si snoda in capitoli che diventano sempre più incalzanti sino a tracciare il quadro finale.
Una scrittura femminile ma senza fronzoli, asciutta, introspettiva, dai toni che passano dalla leggerezza ai toni sofferti ma che sa disegnare molto bene i profili dei personaggi, anche psicologici, e ne coglie la solitudine esistenziale, i sentimenti, il dolore “ Il mondo é pieno di dolori. Perché alcuni lo sopportano e altri no?”   




“Per dieci minuti”. Una cura.

by Maria Cristina Pesce



“Leggiamo per noia, per curiosità, per scappare dalla vita che facciamo, per guardarla in faccia, per sapere, per dimenticare, per addomesticare i mostri fra la testa e il cuore, per liberarli“.



A pochi mesi dalla sua uscita nelle librerie“Per dieci minuti “di Chiara Gamberale é uno dei libri più venduti nelle classifiche della narrativa. L'ho letto un pomeriggio di una domenica lattiginosa di fine novembre, totalmente assorbita l'ho divorato, a differenza dei precedenti della giovane scrittrice, più densi. Ho conosciuto personalmente Chiara Gamberale nel 2008, dopo averla  contattata e invitata a uno degli appuntamenti della rassegna dei Caffè Letterari in Galleria Guerci, promossi dall’allora assessore comunale delle pari opportunità . 



Mentre mi perdevo nella lettura avevo quasi la sensazione fisica di  averla di fronte, di udirne la voce mentre gesticolava, minuta e vivace nelle sue espressioni ma profonda nei contenuti. C’è molto di lei in questo libro, nel suo stile, nel narrarsi e della sua storia. Ma il successo di questo racconto-diario a cosa é imputabile? all'apparente levità e ironia del contenuto, alla struttura snella, alla scrittura scorrevole e sciolta o alla possibile  identificazione con la protagonista? 

Probabilmente a tutti questi ingredienti, ma non solo, é un libro che entra nella vita di chi lo legge, tocca corde esistenziali ma ti cura, e alla fine della sua lettura ti lascia un gradevole sapore di speranza e di allegria e il desiderio di cambiare qualcosa della tua esistenza.

Nella vita capita di essere investiti improvvisamente da un ciclone che frantuma impalcature che credevamo solide, che sfuma in un batter d’occhio i nostri rassicuranti punti di riferimento, certezze costruite nel tempo. Storditi, destabilizzati e confusi  brancoliamo nel buio mentre si  frantumano progetti di vita  attentamente pianificati. Cosa fare per ricostruirsi, per ridare un senso alla perdita e al proprio vivere e non

soccombere al dolore? Scoprire nuove prospettive, nuove possibilità, cambiare, ricostruirsi e ritrovare il proprio “senso perduto”.

Sarà proprio questo percorso di rinascita che affronterà la protagonista di "Per dieci minuti".
Chiara é una giovane donna del nostro tempo, appartenente a una classe medio alta, scrittrice, segue  una rubrica che l'appassiona in un settimanale e ha un' appagante  vita coniugale. Un'esistenza apparentemente perfetta che scorre entro binari ben definiti, fino al giorno che il marito la lascia con una telefonata e il direttore del settimanale la licenzia per sostituire la sua rubrica con la posta del cuore di una ex concorrente del Grande Fratello. 
Disperata per l’amore perso, per la beffa di essere sostituita da una “sciacquetta”, sola, in una casa di una città che non sente sua, con la nostalgia del paese che ha lasciato, smarrita si rivolge ad un'analista per uscire dal baratro nel quale è sprofondata "Cosa devo fare per uscire dalle sabbie mobili in cui si é trasformata la mia vita?"  La terapeuta le prescriverà un gioco, suggerito da Steiner, per dieci minuti ogni giorno e per un mese, dovrà sperimentare qualcosa che non ha mai fatto e che mai avrebbe pensato di fare. “E poi, dottoressa, alla fine che succede? Avrò indietro la mia vita?”
Chiara si metterà in gioco, impegnandosi, ballerà l'hip-hop, si metterà uno smalto violaceo, seminerà lattuga e peperoncino, camminerà all'indietro, cucinerà, e molto altro, una sfida a se stessa che innescherà un percorso di cambiamento ”Mescolo gli Arcani maggiori e ne pesco uno. Il Matto. Il Matto consiglia di non resistere al cambiamento e di buttarsi” che andrà a toccare emozioni dimenticate , riflessioni, scoperte, dando finalmente colore alla sua esistenza. 
Sarà il quadro “La stradina” della mostra di Vermeer  alle Scuderie del Quirinale che squarcerà  il velo e le rivelerà quello che c'era già ma che lei non vedeva "Mi appare la vita. Che scorre, semplicemente. Lungo questa stradina di Delft" e la farà uscire dalla strette maglie di Egoland,  “dove ciascuno vive in un palazzo dipinto di un solo colore ...l’unico possibile e immaginabile”. 
Emozionanti le pagine che raccontano la riscoperta della madre come persona, non solo più nel suo ruolo materno, sempre disponibile ad anteporre le necessità dei suoi figli, del marito e della sua casa a se stessa, la rivelazione del suo volontariato presso un ospedale e le sue amicizie “Ma io dove ero?...Perché non me l'hai detto?...Non me l’hai chiesto…Scusa mamma per non chiederti mai di parlare di te”.  
Chiara uscirà dalla rassicurante grigia bolla narcisistica in cui viveva, per scoprire nuove verità come aver dato per scontate persone e sentimenti, senza mai andare oltre se stessa, esplorerà mondi colorati  che aveva li vicino, che c’erano sempre stati.
Sarà una donna nuova, consapevole e più realista, che sa quello che vuole, non più disposta a sopravvivere  ma a vivere guardando avanti e senza più lasciarsi intrappolare dal dolore delle macerie che si è lasciata alle spalle.


Il vino della solitudine di Irene Nemirovsky
by Maria Cristina Pesce

Avevo letto di Irene Nemirovsky, tempo fa “I doni della vita” e lo splendido romanzo ‘sociale’,“Suite Francese”, la straordinaria scrittrice, morta a soli 39 anni nel campo di concentramento di Auschwitz ci ha lasciato romanzi che sono autentici gioielli della narrativa.
Mi aveva affascinato della scrittrice ucraina la potente capacità di raccontare personaggi, di scandagliare l’animo umano con i suoi pregi e meschinità e di descrivere con minuzia ambienti e atmosfere con una scrittura fluida, che incanta.
I suoi libri sono intensi, profondi, lucidi nella descrizione, così è il “Il vino della solitudine”, denso ed evocativo, dalla narrazione pungente, cruda, spietata, colma di quella crudeltà reattiva ad un lacerante dolore affettivo. Un affresco di tipologie umane, di sentimenti, autobiografico, dalle superbe descrizioni ambientali che riflettono gli stati d’animo dei personaggi, spesso cupe, in un’Europa dei primi decenni del ‘900 travolta da tragici avvenimenti storici.
Sfondi storici che rimangono volutamente in secondo piano per dare spazio e risonanza ai paesaggi dell’anima, alle urgenze interiori, alle dinamiche relazionali.
“Il vino della solitudine” si dipana attorno ad una relazione-non relazione tra madre e figlia, l’io narrante, ambientato prima in Ucraina, poi a Parigi, allo scoppio della guerra a San Pietroburgo, in seguito al confine della Finlandia per concludersi nel la Ville Lumière.
Pagine colme di profonda malinconia e solitudine, intrise della sofferenza di una bambina e della rabbia di un’adolescente, lacerata dall’indifferenza affettiva materna, attenta spettatrice dell’immaturità e dell’aridità della madre, donna ossessionata dalla bellezza, narcisista, concentrata sui suoi amori extraconiugali. .Una carenza affettiva che segnerà profondamente Hélène e che tenterà di compensare con l’amore della tata francese anche se un destino crudele se la porterà  presto via.
Già nell’incipit che dipinge il ritratto di un interno di famiglia nelle ore serali si coglie disarmonia affettiva, mondi vicini ma lontani, la madre, Bella Karol, con “un’espressione annoiata e stanca”, la figlia “ Quando vedeva accanto a sé quelle carni nivee, quelle mani bianche e inoperose, Helène provava una sensazione strana, molto simile alla ripugnanza”., il padre,“...aveva occhi e carezze solo per la moglie, che allontanava la sua mano con un’aria seccata e capricciosa”. “
Un padre assente, debole, soggiogato dalla seduttività della moglie, ciecamente vigliacco, pur avendo sotto agli occhi le continue infedeltà della compagna di vita, un arricchito che frequenta “uomini d’affari febbrili, inquieti, dallo sguardo impaziente, le mani tese e avide come gli artigli”, e nasconde il suo vuoto affettivo e la rassegnazione dietro agli affari e al gioco.
Con la cruda impietosità dell’infanzia e dell’adolescenza che rivendica come innegabile il diritto di essere amati “il cuore pesante e colmo di un dolore complicato, strano e indecifrabile” “Sarei meno infelice in collegio”, Hélène registrerà emotivamente ogni critica e indifferenza della madre nei suoi confronti. Invidierà l’atmosfera, il calore della famiglia di una conoscente e piano piano coverà propositi di omicidio e di vendetta verso Bella.
Scorrerà la sua infanzia e adolescenza chiusa nel suo dolore, soffocando il suo legittimo bisogno d’amore, bevendo boccali di solitudine, profondamente intimista, “mi sento come una valigia dimenticata al deposito bagagli”,.
Ma la ‘brutta anatroccola”, si trasformerà nel tempo in una giovane e bella donna  consapevole del suo potere attrattivo, dei suoi diciotto anni e della bellezza ormai sfiorita della madre. Finalmente è arrivato il momento che per tanto tempo nella sua mente lucidamente ha agognato, punire Bella “Ti farò piangere come tu hai fatto piangere me”, seducendo il suo giovane amante.
Ma il sapore della vendetta non è sempre così dolce tanto più se si rischia di diventare il clone di una madre tanto odiata ed Hélène ha ormai un carattere forte, gli anni passati sono stati "Terribilmente duri, è vero, ma che mi hanno temprata, hanno rafforzato il mio coraggio e il mio orgoglio. E questo mi appartiene, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante”.
Per questo sceglierà alla morte del padre, di allontanarsi dalla sua casa, per cancellare quel passato greve che tanto l’ha plasmata, per guardarsi avanti, consapevole di avere ancora una vita tutta da giocarsi "non si può essere infelici quando si ha questo: l'odore del mare, la sabbia sotto le dita... l'aria, il vento..."
Un romanzo del 1935 ma assolutamente contemporaneo nel dipingere un mondo di parvenus, la finanza con le sue ciniche speculazioni, donne attente solo ad inseguire il mito della bellezza eterna e i figli vissuti come accessori sociali. Vi suggerisco di leggerlo, impossibile non esserne catturati!





“Gli sdraiati” di Michele Serra
by Maria Cristina Pesce



“Ma dove cazzo sei?...ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai” questo l’incipit dell’ultimo libro di Michele Serra, “Gli sdraiati “, in cima alle classifiche delle vendite.   
Se alcuni articoli o commenti del giornalista e scrittore talvolta sono troppo caustici  non si può negare che  il pungente sarcasmo della sua penna alleggerisce  il  tono del monologo  “Gli sdraiati”. Un racconto  ironico e amaro ma anche  esilerante  e commovente , che  più che autobiografico é collettivo, appartiene  a una schiera di genitori  post moderni che si rispecchia nello stesso disagio vissuto per l’incomunicabilità adolescenziale. 
E' la nitida, cruda fotografia del modus vivendi del figlio diciassettenne di un padre borghese di sinistra, voce narrante, disorientato dallo straniamento del giovane, dalla sua presenza-assenza, dal suo consumismo e  indifferenza  ma che,  con la stessa inclemenza  non risparmia nulla a  se stesso e alla sua generazione.  
Un figlio come tanti altri adolescenti  che privilegia la posizione orizzontale a quella eretta, costantemente  ‘divanato’ con le ‘scarpacce’, che sparge in ogni dove briciole,  calzini ‘odorosi’ e asciugamani umidi, che lascia incrostazioni di dentifricio nel lavandino “Per piacere, se passi dal ferramenta compra uno scalpello, dobbiamo rimuovere dal lavandino i tuoi sputi di dentifricio calcificati”. Un che vive di notte “nel fuso orario di Anchorage”, costantemente connesso con il mondo tecnologico, “…Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo Smartphone. …La televisione era accesa, a
volume altissimo…” ma non con il padre, al quale concede rari e impercettibili biascicamenti.
Due generazioni accanto, di fronte ma senza inter-azioni e confronti, due atolli separati che vivono vicino senza un’apparente anello di congiunzione, senza un trait d’union che permette l’interscambio, il fluire di un’ impercettibile comunicazione, di un dialogo.
Un  padre dibattuto  tra affetto e rabbia , che  non comprende l’apparente abulia  del figlio “ Quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo”.  Ma tenero è il suo sguardo quando si posa sul figlio addormentato, in bilico tra adolescenza  e giovinezza e scorge sul volto le tracce di un' innocenza che sta sfumando mentre nuove si stanno già delineando, segnali  inequivocabili di una  metamorfosi in atto. Un figlio ‘mutante’ che sale sul tetto della scuola per ammirare il cielo, le nuvole.
L’autorevolezza paterna che confermava il suo ruolo e  che lo rendeva  co-protagonista della vita del figlio appare sfumata, senza più presa,  la sua identità genitoriale in crisi , un padre trasparente, invisibile anche come soggetto da contestare. 
Come potrà come padre  trasmettere i ricordi, i saperi, le esperienze  vissute, la sua etica,  in una sorta di passaggio del testimone? Tra  sensi di colpa, impotenza, rabbia e delusione ma anche amore si aggrapperà  alla speranza di riallacciare un dialogo con-dividendo con il figlio l'emozione dell’alba autunnale di un paesaggio langarolo, il profumo della sua vendemmia, la scalata della vetta del Colle della Nasca, esperienze a suo tempo  vissute come figlio con il padre. 
Di struggente tenerezza e malinconia  è la parte conclusiva che narra la scalata al Colle con il figlio, la sua commozione e stupore quando sentirà la sua voce dall’alto della cima “Sono quiiiii! Papààààà!” . 
Un’esperienza illuminante che porterà  la consapevolezza al padre che  il mondo del figlio non è più il suo, che deve farsi da parte, cosciente  del proprio tramonto, ma non per questo mancante o meno presente"sfugge giorno dopo giorno dalle nostre mani, perché così è la vita” . 
Comprenderà che dietro le manifestazioni pseudo-autistiche c’è il disagio del cambiamento adolescenziale, la mutazione di chi sta entrando in un’altra fase della vita e sta tentando di  afferrarne il senso e la struttura da una prospettiva diversa dalla sua.  
Molto esilarante ma anche toccante la parte che racconta La grande guerra finale,  il romanzo che il padre immagina di scrivere, che  ha come trama la lotta all’ultimo sangue tra  giovani e  vecchi e  splendida é la figura del grande vecchio Brenno Alzheimer ,  consapevole della legge del tempo e della sua fuggevolezza "è la bellezza che deve vincere la guerra. La natura deve vincere la guerra, la vita deve vincere la guerra. Voi giovani dovete vincere la guerra”.
In questo racconto c’è tutta l’inquietudine, la confusione e la fragilità  affettiva di un’adultità  che si sente impotente e incapace a comunicare, a trasmettere pensieri e linfa vitale  ai giovani figli,  che fa i conti con i propri vissuti , con le ideologie  che possedeva. Un adulto contemporaneo che  forse non é più in grado di fornire e passare verità esistenziali, pensieri e modelli  al proprio figlio perché a lui stesso si sono rivelate  inutili  o fatue, e forse storie di un tempo passato che non hanno più ragione di essere. 





Segantini. Il pittore della luce e dei paesaggi

by Maria Cristina Pesce
Milano apre la stagione autunnale con un ventaglio di offerte di  magnifiche retrospettive a Palazzo Reale, una dedicata a Chagall, l'altra a Segantini e dal 18 ottobre a Van Gogh, quest'ultima anticiperà le tematiche portanti della grande manifestazione universale di Expò 2015. L'antologica “Segantini”, una delle più complete in Italia sul pittore apolide, che sarà aperta fino al 18 gennaio 2015, con 120 opere, molte delle quali mai esposte, ripercorre l'evoluzione artistica tra Italia e Svizzera di uno dei più significativi artisti dell’800 italiano. Otto sezioni tematiche che spaziano dagli intensi autoritratti e ritratti ai lirici paesaggi agresti e delle Alpi svizzere, dalle perfette nature morte sino agli ultimi emozionanti capolavori di matrice simbolista.

Se l'infanzia di Giovanni Segantini (1858-1899) fu infelice e tormentata, dalle sfumature dickensiane, dall'iscrizione all'Accademia di Belle Arti di Brera in poi, grazie allo straordinario talento, all’incontro con Grubicy che divenne il suo committente, a una vocazione artistica totalizzante, fu costellata da riconoscimenti e ricchezza. La straordinaria sensibilità artistica e l'impareggiabile tecnica segantiniana si formarono attraverso i contatti con i movimenti artistici della Scapigliatura e del Divisionismo di cui sarà uno dei più pregnanti esponenti, pur rielaborando poi lo stile con lunghi pennellate di colore puro per la resa del dato naturale, percorso che si concluderà (morì prematuramente a soli 41 anni ) con l'ideismo del  Simbolismo.

La città meneghina con la sua  nascente modernità post unitaria, pur essendo stata la culla della sua evoluzione non rappresentava il milieu ideale di Segantini, la vita nell'urbs non apparteneva ai suoi progetti di vita, tanto che si trasferì prima in Brianza poi definitivamente nei Grigioni. Affascinato dalle montagne le scelse come luogo di vita, la contemplazione della bellezza delle vette, della natura, del mondo umile

dei pastori come  quello contadino, ispirò molte sue opere che dipinse en plein air. Le atmosfere sfumate, brumose della pianura Padana, che avevano caratterizzato i suoi primi lavori furono abbandonate e le sue opere, sollecitate dalla sua natura mistica e panteistica si trasformarono in inni alla montagna. Le scene del mondo contadino non sottintendono proteste sociali, il 'solingo' pittore é centrato soprattutto a cogliere la poesia e la spiritualità del paesaggio, lo stretto legame tra natura e uomo, tra l'uomo e il mondo animale.

La poetica di Segantini si é nutrita della dolce malinconia e della maestosa solitudine delle montagne, del silenzio e degli orizzonti infiniti, tangibile in opere come in Primavera sulle Alpi (1897), e della  purezza dei colori della natura, della limpidezza della luce abbagliante impressa in  tele come in quella divisionista di Mezzogiorno sulle Alpi (1891). I suoi paesaggi alpini, fissati nella loro immutabilità, scandita solo dal trascorrere del tempo, delle stagioni, trasmettono serenità e armonia come catturano i giochi di luce sulla neve delle vette, rappresentazioni poetiche che coniugano naturalismo e realismo pur possedendo valenze simboliche e spirituali. Ma se il paesaggio, la natura sono i filoni preponderanti, nelle sue opere ricorrono anche tematiche come la vita, la morte o la maternità che per il maestro é un aspetto imprescindibile della natura femminile. Superlativo il dipinto Le due madri (1894), manifesto del divisionismo, che accosta la maternità umana a quella animale, in una sorta di parallelismo: una giovane contadina seduta su uno sgabello, con in braccio il suo piccolo, addormentati, accanto una mucca con il  piccolo vitellino accucciato vicino. Nell'oscurità della stalla, la luce dorata della lanterna illumina le figure umane e gli animali, permeando di soffusa dolcezza l'umile scena. Sulla maternità anche quattro tele simboliste e visionarie Le cattive madri (1896), figure  sensuali imprigionate tra i rami degli alberi di un nudo, gelido paesaggio invernale, che simbolicamente scontano il rifiuto della maternità.

Una panoramica di opere indimenticabili di grandissima qualità pittorica e stilistica già dalla sezione “Esordi milanesi” con alcuni scorci del capoluogo lombardo come in Il Naviglio sotto la neve (1879-1880) o Il Naviglio a Ponte San Marco (1880)  splendido nella luce e nella cromia del cielo. Sono di notevole espressività gli autoritratti, che rappresentano anche il passaggio dal realismo al simbolismo, dal primo del 1879-1880 che man mano si evolve secondo i cambiamenti che il pittore intravede di se stesso fino a quello simbolista del 1895, dove assume un volto dalle sfumature mefistofeliche. Tra i ritratti quello della Signora Torelli (1885-1886), scrittrice femminista e moglie del fondatore del “Corriere della Sera”, mentre nella sezione che raccoglie i dipinti sul mondo agreste sono esposte opere come La raccolta dei bozzoli (1890), rappresentazione verista di un interno con alcune contadine che lavorano nella penombra della stanza, una luce dorata proveniente dall'uscio semi aperto si irradia sui bozzoli di seta e sulle mani delle figure femminili. Un' atmosfera  permeata di liricità e di un senso di sospensione del tempo, ripreso  anche in altre opere di Segantini. Interessante artisticamente anche L’ultima fatica del giorno (1884) o la celeberrima Alla stanga (1885) dalle tonalità mistiche riforzate dalla luce  morente del giorno e  dal  profondo senso d' infinito.  Nella sezione “Natura e simbolo”, l'opera di manzoniano ricordo Ave Maria a trasbordo (1886) che raffigura con estremo realismo e armonia paesaggistica un pastore con famiglia e le sue pecore su una barca mentre trasbordano sull'altra riva “nell'ora che volge al disio”. La moglie stringe a sé il figlioletto, qualche agnellino osserva la trasparenza dell'acqua increspata, la scena  sembra sospesa nel tempo, quasi surreale  trasuda di spiritualità esaltata dalla luminosità del tramonto.

Splendidi anche  il volto con lo sguardo stupito della compagna Bice al risveglio nel  Petalo di rosa (1890), e il dipinto dalle connotazioni simboliste e preraffaellite “L’amore alla fonte della vita” (1896) che raffigura una coppia di innamorati  abbracciati all'interno di un paesaggio primaverile con le vette alpine sullo sfondo. Il bianco delle vesti dei due giovani, a rappresentare l'essenza e la purezza dell'amore, un angelo vicino alla fonte dell'acqua che li osserva, la natura circostante che occupa un ampio spazio nella scena, l'amore sono tutti elementi che simboleggiano l'eternità e l'infinito. Chiude la magnifica rassegna la sezione con i dipinti di chiara matrice simbolista Le Lussuriose (1894) o l’incompiuto trittico  La Natura, La Vita e La Morte (1896-1899).